Sensazioni a freddo sull’Italia al caldo

5 Ago

Rientro in Italia solo in vacanza.

Sensazioni a freddo sul paese, anche se con quaranta gradi è alquanto hardware.

Ci sono molti SUV bianchi coi vetri oscurati che fanno i fari a 300 km/h sulle corsie di sorpasso oppure stanno fermi, vuoti, col motore acceso sulle pedonali o sui parcheggi per i disabili (i più sfacciati proprio sopra ai disabili) col motore acceso per far rinfrescare l’abitacolo, prima di partire a 300 km/h sulle corsie di sorpasso; non hanno alcuna meta e nessuno ha mai visto nessuno salirvici o scendervicisi.

È pieno di immigrati con le scarpe di Prada e l’aifon X che bighellonano tra la sauna della suite dove dormono e le mense della caritas dove mangiano, sempre comunque a spese nostre, e fanno a botte con gli italiani per accaparrarsi i migliori posti di ambulante sulla spiaggia o raccoglitore di pomodori o pulitore notturno di mezzi pubblici.

I razzisti hanno smesso di dire che loro “non sono razzisti ma” e si sono convinti che è loro diritto essere proprio “razzisti senza ma” ed è una cosa molto grave che però sicuramente verrà stigmatizzata e condannata dal sobrio Ministro dell’interno appena smetterà di farsi selfie sulla spiaggia in cui spara ai barconi col bazooka.

Nonostante il caldo, le polemiche non si fermano di fronte a niente. Invece di una normale campagna informativa sui vaccini siamo arrivati a uno scontro cieco tra chi vuole contaminare gli acquedotti con le malattie esantematiche e sostenitori della vaccinazione di massa previo bombardamento a tappeto con siringhe autosparanti; invece di preoccuparci delle ronde fasciste o delle testedicazzo che sparano pallini allo straniero o del sempre più malcelato fascismo di Stato (causa o conseguenza di tutto ciò? ne parleremo in un’altra puntata) ci incartiamo su uno stupido fatto di cronaca…

Salvini tuitta una battuta sul caldo africano e i suoi sostenitori ridono. Ed è ovvio che sia così. Meno ovvio che a sinistra si cerchi di sminuire la battuta o di prendere in giro la grossolanità dell’elettorato di destra. Dove sta il senso di questa “lotta”? Dove sono le lotte di sinistra? DOVE CAZZO È LA SINISTRA?

La sensazione a freddo sul paese è che è un paese incazzato contro le cose sbagliate, che non si rende conto delle immense potenzialità che ha e degli immensi problemi endemici uguali a loro stessi da 70 anni e che è talmente abituato ai malfunzionamenti, alle storture, alla corruzione, alle macchine in tripla fila, che ha iniziato a cercare i problemi dove magari manco dovrebbero esserci.

Ci torno in vacanza, vedo paesaggi che il resto del mondo sogna, assaporo cibi che il resto del mondo sbava, ascolto musica che… no vabbè ascolto musica demmerda meinstrim come nel resto del mondo, sento un calore umano che è sempre più tiepido ma comunque più caldo di molte altre parti del mondo.

Poi però arrivo ad un punto in cui forse per vigliaccheria, forse per egoismo, forse perché me so’ nordeuropeizzato e magari l’anno prossimo scendo con sandalo e pedalino, ma arriva un punto in cui non ce la faccio più a sopportare tutti i malfunzionamenti e le storture e la corruzione e le terze file e però vedere laggente incazzata contro quelli più deboli di lei, come se questo potesse risolvere la situazione.

E a quel punto me ne devo andare.

Col cuore pieno di spiagge e laghi e monti e scorci e ciottolati e viuzze e supplì e pizze e spaghetti con le vongole e abbracci e risate e battute e chiacchiere delle quali – forse proprio perché poi si sciolgono in quel cocktail dolceamaro nostalgico tipico dei migranti – ho imparato a capire il valore. Quel valore che il resto del mondo sogna e sbava.

E poi non vedrò l’ora di tornare alla prossima vacanza, sperando che stavolta il paese stia meglio.

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La gente, la vita, la morte.

9 Lug

La gente arriva, la gente va.
Si entra e si esce nell’esistenza altrui molto più intensamente di quel che si crede. Un discorso lungo una notte o un sorriso corto un secondo possono modificare il corso della storia, o per lo meno di un periodo.
O magari di una vita.

La vita viene, la vita va.
Ci ritroviamo in vita senza aver chiesto niente ed è il regalo più bello ma anche la condanna più dura che ci porteremo dietro durante il nostro soggiorno nel mondo. In qualunque punto della Storia e della Geografia la vita è unica, preziosa e misteriosa.
E’ il più grande mistero, fino alla morte.

La morte viene, la morte va.
Lo sappiamo da quando siamo nati. Ogni secondo vissuto, riso o pianto, amato o odiato, sappiamo che la morte, che della vita non è l’opposto ma il compimento, un giorno arriverà. E non esiste un modo giusto di morire, perché nella morte non ha senso la giustizia.

La gente, la vita, la morte.
Ogni persona ha il diritto di fare della propria vita quello che vuole, questo dovrebbe essere scritto nel cielo in tutte le lingue del mondo. Se una persona decide di cercare la morte è un suo diritto, ma non riusciremo mai ad accettarlo. Un suicidio è così incomprensibile che abbiamo il terrore di comprenderlo. Ci si chiede perché, ci si chiede se qualcuno poteva fare qualcosa, ci si arrabbia con chi è morto, ci si dispera per lui e ancora di più per chi rimane.

La morte, la vita, la gente.
Il mistero della vita e della morte forse è questo: cercare l’equilibrio tra le due, senza avere idea di come funzioni la bilancia. La morte lascia sempre un segno nelle persone vive, siano essi familiari, amici o il barista sotto casa. La vita di chi se ne va rimane nei frammenti che ha lasciato in ciascuna persona con la quale ha interagito. Che si tratti di una vita insieme, di un discorso di una notte, di un sorriso di un secondo.

Cercheremo di trovare quell’equilibrio anche per chi non ci è riuscito.

Stato di paura.

4 Lug

Penso che si tratti solo di un misanderstendin.

Non credo che l’Italia, paese meraviglioso proprio grazie alle diverse contaminazioni vissute durante i secoli, possa veramente essere così spaventata da persone che cercano una vita migliore. Gli italiani sono sparsi in tutto il mondo, da decenni, perché ad un certo punto hanno deciso di partire e cercare un altro posto in cui vivere la loro unica vita. In qualsiasi luogo del pianeta se dici “ciao” ti capiscono; ed è bellissimo.

Tutti hanno il diritto di muoversi nel mondo, il mondo è di tutti, siamo tutti nello stesso mondo. Ma ce la stiamo mettendo tutta per trasformarlo in un mondo di merda.

Non credo che l’Italia pensi davvero che un numero di persone che tutte insieme non arriverebbero a riempire l’Olimpico e San Siro possano rappresentare un problema. Non credo che gli italiani siano così idioti da credere che sia verosimile “aiutarli a casa loro” visto che non ci sono soldi neanche per le infrastrutture nostrane. Non posso pensare che gli italiani vogliano chiudere gli occhi su cosa significa prendere accordi con i paesi di partenza, dove i diritti umani non sono nemmeno considerati.

Non credo che gli italiani pensino davvero che comprando una pistola si possa stare più tranquilli visto che i crimini sono diminuiti e che nel paese più armato del mondo invece sono sempre di più. Non penso che gli italiani credano davvero che esiste un’emergenza migranti o un’emergenza criminalità o un’emergenza in generale visto che l’emergenza è qualcosa di straordinario e contingente e ho la bizzarra sensazione che nonostante tutti i proclami politici e televisivi la vita di ciascuno degli italiani che conosco sia esattamente la stessa di quella di una decina di anni fa. Cioè con i problemi del traffico, degli stipendi che non arrivano, degli spazi verdi, della corruzione, dei servizi al cittadino, del malaffare (non della criminalità, attenzione)… insomma l’Italia.

Non ci voglio credere, ma pare proprio che sia così. Quando un popolo ha paura di tutto significa che si sente vulnerabile, debole, insicuro, diviso: ha bisogno di essere risvegliato. Ma è pericoloso svegliare un sonnambulo.

C’è al governo un partito nato dall’idea di pulirsi il culo con la bandiera italiana e sterminare tutti i connazionali al di sotto del Po, oggi molto amato dai terroni (un po’ come i giudei iscritti al partito nazista) perché tanto adesso il pericolo arriva da fuori. Insieme a loro c’è il partito della voce del popolo, dove per popolo si intende quello che a cui piace stare in piazza tutti insieme ad osannare un uomo che grida che sono tutti delle merde e i migliori siamo noi.

Ecco, gli italiani avevano bisogno di questo. Se l’Italia avesse partecipato ai mondiali magari sarebbe andata diversamente, ché quando si giuoca il calcio non ce n’è per nessuno, diventiamo una cosa sola. E se i negri sventolano il tricolare quando l’Italia vince li abbracciamo e ci facciamo le foto insieme commossi. Invece no, non c’è un cazzo da sventolare questa volta. E allora qualcuno ne approfitta per sventolare altre banderuole, per distogliere l’attenzione dai problemi reali, quelli uguali a una decina (cinquantina) di anni fa, brevemente elencati prima. Gli stessi che mi hanno spinto a lasciare quel meraviglioso paese fatto di contaminazioni di mille culture. Io che ne ho diritto.

Quindi senza poter esultare tutti insieme per un goal o cantare orgogliosi un inno che ormai non ha più alcun senso, possiamo compattarci contro il nemico comune che viene da lontano, senza farci troppe domande(*). Possiamo comprare le pistole per sentirci più adulti, possiamo gridare al complotto dei vaccini e delle scie chimiche anche se non sappiamo di cosa cazzo stiamo parlando. Possiamo dare la colpa all’Europa se non funziona niente e però aiutare i ricchi ad evadere e massacrare i più poveri. Alle ultime elezioni ho pensato che un popolo ha quel che si merita. Oggi, leggendo alcuni commenti o ascoltando i nostri rappresentanti mi rendo conto che invece la cosa è più grave. Mi sembra non ci sia più una coscienza nazionale, non ci sia più un’idea di paese, di comunità e che le uniche sacche di resistenza attiva, le uniche belle notizie, vengano solo dai singoli cittadini e dalle associazioni e dai centri sociali e dai comitati di quartiere. Sempre più sotto assedio.

Lo Stato è diventato la voce di quel popolo che voleva una voce solo per gridare slogan fini a sé stessi. E fa paura.

Cazzo, lo Stato fa paura.

L’Italia potrebbe essere il paese più ricco d’Europa se solo si risvegliasse dal sogno mafioso, dal sogno fascista, dal sogno di essere un’entità unica slegata dall’esterno. Invece va sempre più giù, nella sua grettezza e piccolezza ed egoismo, sempre più lontana da quell’immagine che l’ha fatta amare da tutto il mondo.

Massimo rispetto per chi ancora resiste, chi si batte, chi aiuta i più deboli, chi chiede giustizia, chi difende il territorio anche con la forza. Chi ricorda ancora cosa significa essere un essere umano e non ha paura di sentirsi dire che è un buonista. E poi però a chi ce l’ha chiamato gli rompe il culo a sprangate.

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(*)Qualche giorno fa girava in rete una foto del concerto dei Pink Floyd sulla laguna di Venezia nel 1989 con didascalia “Porto di Tripoli: migranti pronti a salpare per l’Italia”. Basta leggere i commenti alla foto per comprendere fino a che livello può abbassarsi l’intelligenza umana. Ma nessuno mette in dubbio il suffragio universale.

Scrivere

21 Giu

Quando non scrivi per tanto tempo e poi ti ritrovi davanti al foglio bianco c’è sempre quell’attimo di panico che fortunatamente passa subito perché nel 2018 nessuno scrive più sui fogli bianchi. Quindi apri il monitor del Mac e inizi a scriverci sopra con il pennarello a punta fina senza starti a fare troppe domande.

Scrivere è una malattia.
Scrivere è una malattia che afflige soprattutto chi legge.
Scrivere è una malattia e allo stesso tempo una cura.
Scrivere può essere una chiave di lettura.

Quando non scrivo per un po’ mi si intasa il cervello, che è già lento di suo. Mi ritrovo la testa piena di concetti e parole e idee stupefacenti che collimano tra loro come atomi impazziti fino a diventare talmente tanti che si addensano in una specie di blob informe da espettorare sotto forma di caratteri più o meno sensati. Che ovviamente non rappresentano nulla delle bellissime cose che avevo in testa se non un ultimo minuscolo riflesso lontano come di una stella morente dall’altra parte della galassia.

Scrivere è come andare in bicicletta o nuotare o fare all’amore.
Scrivere è una bicicletta che fa all’amore mentre nuota.
Scrivere è l’amore per una nuotatrice in bicicletta.
Scrivere è nuotare nell’amore per una bicicletta.

Quando scrivi senza rileggere quello che hai scritto stai facendo una violenza ai potenziali lettori. E’ come i messaggi mandati da ubriaco alle tre di notte a quel numero che ogni volta cancelli dalla rubrica ma tanto ce l’hai tatuato nel cuore. Quando scrivi senza rileggere non puoi correggere le frasi ma le devi riscrivere. E’ come i messaggi mandati da strafatto alle cinque di mattina a quel numero che non hai più in rubrica ma tanto ce l’hai tatuato sulle palle.

Scrivere potrebbe avere un fine nobile, se fossi nobile.
Scrivere potrebbe cambiare il mondo, se avessi ancora speranza.
Scrivere potrebbe farmi stare meglio, se avessi qualcosa che non so.
Scrivere potrebbe, se solo volesse, se solo volessi, se solo potrebbi.

Quando scrivi per curarti è meglio non rileggere perché sennò cancelleresti tutto e se cancelleresti tutto sbagliassi il congiuntivo e se sbagliassi il congiuntivo fosse meglio che evitasti di scrivere o almeno prima studierebbi un po’ i verbi cazzo. Se cancellassi tutto ti ritroveresti di nuovo di fronte al foglio bianco sul monitor freddo, come me qualche momento fa, prima di espettorare questo scatarro momentistico.

Scrivere è gratuito e gratificante.
Scrivere non è letteratura o saggistica o giornalismo: è solo un atto.
Scrivere è un atto in diversi atti.
Scrivere può avere un fine ma l’importante è che alla fine ci arrivi.

Fine.

Fine enta

12 Mag

Oggi iniziano i miei ultimi 365 giorni negli “enta”.

Non che sia una cosa brutta. Manco bella. Funziona così da quando sei piccolo: ogni anno si compie un anno in più, senza eccezioni. A meno che non ti fai ibernare. Ma quello è un trucco che neanche si sa se funziona e soprattutto anche in quel caso gli anni passano comunque. Cioè ti ritrovi a 700 anni con l’aspetto di quando ti sei fatto ibernare e senza un briciolo di esperienza in più. Con tutti i tuoi amici e famigliari morti da anni. Mi pare una cosa abbastanza stupida. Ma d’altronde la gente fa la fila di notte davanti ai negozi per comprare il telefonino appena uscito quindi de che stamo a parla’? È che noi anziani poi andiamo così a braccio, ci confondiamo tra ricordi e film visti da giovani, tra canzoni e frasi sussurrate all’orecchio nel buio di un caldo abbraccio, tra desideri reali e pubblicità accattivanti, tra cose che abbiamo fatto e cose che non si sarebbero dovute fare ma che rifaremmo mille volte ma che non vorremmo facessero i nostri figli ma che però rifaremmo mille volte e spesso siamo ripetitivi perché ci confondiamo tra una vita che avremmo voluto vivere e quella che stiamo vivendo e non sappiamo quale sia la più bella. Guardandosi indietro si vedono cose piccole che prima sembravano enormi, si sente un calore dolce amaro per quello che non può più tornare ma in fondo è dentro di te. Guardando avanti si vede sfocato, perché non trovo gli occhiali, e perché è meglio guardare dove ti trovi adesso. Adesso tutto va bene, un anno è passato e molto è cambiato anche se giorno dopo giorno non sembra. Altri anni si spera che passeranno. I cambiamenti spaventano ma senza cambiamenti sta vita sarebbe un’infinita rottura di coglioni. A sette anni ero felice ma se oggi fossi ancora lì a cantare le canzoni di Cristina D’Avena e giocare coi Masters ci sarebbe qualcosa di storto. La felicità cambia con gli anni. Anche se comunque i personaggi dei Masters sono molto più fichi delle puttanate con cui giocano i bambini di oggi. Invecchiare significa non capire più i giovani, criticare i loro usi e costumi, la loro musica di merda, i loro capelli ridicoli, i troppi tatuaggi. Forse è solo invidia. Siamo ripetitivi, nostalgici e pure noiosi. La vita è un misto di emozioni riassumibili in allegria nostalgia rabbia disperazione gioia dolore godimento ma forse la vita non è riassumibile è solo vivibile e per alcuni non lo è nemmeno troppo quindi che cazzo state lì a lamentarvi? È che noi anziani ci lasciamo andare a questi flussi interminabili ed è per questo che i giovani non ci capiscono, perché in effetti la cosa è reciproca. Quindi ora vado a cercare un bel cantiere da guardare con le mani dietro la schiena canticchiando canzoni degli anni 90 guardando con odio le diciottenni coi capezzoli in trasparenza e pensando che si stava bene quando si stava meglio ma si sta meglio quando si sta bene e in fondo si sta bene anche qui in fine “enta” e avoja a te a quanta acqua ha da passa’ ancora sotto i ponti.

Insomma mi e ci faccio tanti auguri.

Progetto di rinascita

17 Apr

Quando torna la primavera (con circa un mese di ritardo ‘tacci sua) torna la voglia di rinascita, tipo Gesucristo a Pasqua, e i progetti si moltiplicano e le idee fioriscono e la creatività s’impollina e mentre l’arietta frizzante ti solletica la pelle e i pollini ti solleticano le mucose nasali (ricordandoti che sei nato in città e che la natura ti è avversa ma per fortuna fai parte del genere umano il quale ha inventato gli antistaminici e quindi alla fine sei mejo te) e il cielo azzurro e gli alberi in fiore fanno da sfondo a tutto questo spettacolo di vitalità esplosiva ecco che ritorna l’ancestrale problema delle gonnelline svolazzanti e delle magliettine senza reggiseno e quindi tutte le idee alla fine sono incanalate in una sola direzione accompagnate da litri di birre ghiacciate per raffreddare il tutto.

Vivere una favola

12 Apr

Era un giorno imprecisato tra gli 80 e i 90 e avevo appena infilato una musicassetta nello stereo per ascoltare per la prima volta in un intero album quello che sarebbe poi diventato un pezzo fondamentale della mia personalità tanto da dare, quasi trent’anni dopo, il suo nome a mio figlio.

Il bambino dell’epoca ascoltò con interesse quelle poesie cantate e rimase colpito dal verso “cosa non darei / per stare su una nuvola”. Iniziò ad immaginare una sensazione di ovattamento, di morbidezza ma anche di altezza e di vertigine, di guardare giù il mondo piccolo piccolo e saltare e rimbalzare su quella gomma bianca avvolgente.

Poi sono successe una cifra di cose, perché trent’anni sono lunghissimi, anche se non sono niente di fronte all’eternità, tra le quali possiamo brevemente rammentare a caso la prima volta che ho fatto all’amore, le Twin Tower, il trasferimento a Bruxelles, la morte di mio nonno, la nascita di mio figlio, la Roma che vince col Barcellona.

E così arriviamo ad oggi.

Stamattina quando ho guardato fuori dalla finestra il primo istinto è stato quello di mettermi a piangere e urlare, sbattere la testa al muro e chiedere a Vostro Signore perché ho sbagliato tutto e mi sono andato ad impelagare con tutte le scarpe nel Fuckin Nordeuropa ma per fortuna c’era mio figlio e ho dovuto mantenere la lucidità e la calma.

Il cielo era completamente bianco e i tetti avvolti dalla nebbia. Ma era una nebbia densa, strana, come fosse una… una…

E il bambino degli anni 80, quello che comunque sta sempre là, risvegliato in qualche modo dal bambino di oggi che porta il nome del poeta che da sempre mi accompagna nei momenti di difficoltà (ma anche di gioia o di rabbia o di amore o che insomma è tipo il nero che sta bene su tutto) mi ha ricordato quel verso di quella prima canzone di quella musicassetta. E allora ho preso mio figlio in braccio e gli ho detto a bassa voce “Vasco guarda fuori: stiamo su una nuvola!”.

E in quel momento, guancia a guancia, io peloso lui morbidissimo, a cercare la bellezza nella nebbia di un paese che odio e amo come tutte le cose importanti, ho pensato che invece non c’è niente di sbagliato in quello che ci succede nella vita. Possiamo cambiarlo o dobbiamo subirlo, ci rende felici o ci uccide dentro ma comunque è quello che succede nella nostra vita. È la nostra vita.

È la nostra favola.