Archivio | ottobre, 2013

STRADE GIA’ SBATTUTE

31 Ott

La vita a volte ci allontana.

Ci mette su strade che vanno da quella che era la nostra realtà fino a quel momento a quella che sarà la nuova realtà, da costruire. E durante il percorso il cambiamento è lento ma inesorabile.

Le poche cose preziose le tieni strette coi denti, le altre pian piano le lasci cadere, le dimentichi nel portaombrelli di un bar in cui hai preso un ottimo caffè, le getti nel cappello di un mendicante insieme a qualche moneta falsa, semplicemente le perdi, e te ne fai una ragione.

Ci sono momenti in cui vorresti voltarti e correre indietro, al punto di partenza, magari per gustare di nuovo quel caffè o fare due chiacchiere col mendicante, ma sai che non avrebbe senso. Il caffè sarebbe freddo e il mendicante potrebbe fracassarti di botte per le monete false.

L’unica è andare avanti, mettendo le poche cose preziose in tasca e liberando i denti per poterne afferrare altre, che magari diventeranno ancora più preziose. Ma andare avanti piano, come la tartaruga di Bruno Lauzi, per rotolare nei campi di lattuga e sposare un biondo tartarugo, se non è vietato dalle leggi del vostro paese.

Le poche cose preziose che teniamo in tasca e tra i denti, in qualche modo ci rendono quelli che siamo.

Quindi, se c’è una conclusione a tutta questa riflessione di filosofia da barbiere, è che la vita, quando ci allontana, lo fa per avvicinarci.

Se volete iniziare a seguirmi scalzi in giro per il mondo, si parte domenica prossima, dopo la partita. L’iscrizione costa solo 800 euro per 4 mesi.
Portate sacco a pelo e pranzo al sacco.
Sintetizzando: pranzo al sacco a pelo.

Buon uichénd a chi predica bene ma quando razzola si diverte tantissimo alla faccia de chi je vo’ male.

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REVOLUTION 909

29 Ott

Metà anni 90.
La chimica dopo aver fatto passi da gigante, faceva passi di danza.
Soprattutto alle feste illegali.

L’elettronica si evolveva, la techno si fondeva con la house, la melodia entrava sulla cassa dritta, la cassa si spezzava, gli artisti sperimentavano per coniugare gli strumenti classici del rock alle nuove potenzialità sintetiche. E viceversa.

Chemical Brothers, Prodigy, Fat Boy Slim, Radiohead, Placebo, Beck…

Questo amarcord è perché oggi sto riascoltando l’album che forse ho consumato più di tutti in assoluto (se escludiamo una cassetta dei Rancid che rimase incastrata per mesi nell’autoradio finché dovetti sostituirla con una a CD).

Ricevuto per i 18 anni, mi ha accompagnato ovunque ed ora è con me nel fuckin’ nordeuropa, dove quest’anno ho comprato il loro ultimo disco, Random Access Memories che li iscirive a pieno titolo, se ancora ce ne fosse stato bisogno, nella Storia della Musica. Ci sono collaborazioni con artisti provenienti da ogni genere ed epoca, dalla chitarra degli Chic al piano di Chilly Gonzales, passando per il papà di tutto, Giorgio Moroder.

Nel primo album i Daft Punk dedicavano una traccia ai loro maestri (Teachers), nell’ultimo, 17 anni dopo, sono i maestri che vogliono collaborare con loro. Se questa non è la parabola perfetta per un gruppo.

Ma oggi si torna indietro.
Agli anni 90, alle feste illegali, alle irruzioni della polizia.
STOP THE MUSIC AND GO HOME…

E alla macchia di pomodoro più famosa del mondo.

IL FAIT BEAU

22 Ott

(da Feisbuc, 22 Ottobre 2013)

Gli odori, i colori e soprattutto i culi del quartiere africano.
Il pane arabo unto dall’arabo con turbante.
I biondissimi fiamminghi che mangiano al sole a mezzogiorno.
I “bonjùr” scambiati con tutti solo perché è una bella giornata.

A volte sto fuckin’ nordeuropa è piacevole.

Solo che poi quando stai per inforchettare la pasta te chiama Sky che bisogna correre alla NATO a sentire Mauro e poi in Consiglio a sentire Moavero e vorresti essere a Goa ad aprire una gelateria.

Buona giornata a chi sa apprezzare il bello anche dove bisogna cercarlo col microscopio.

APPENDICE & PROMEMORIA

18 Ott

“Per esempio a Roma se sei fermo al semaforo puoi distrarti e fare le tue cose perché sai che quando scatta il verde gli automobilisti dietro di te te lo segnaleranno gentilmente.

Qui no: qui nessuno suona, sei costretto a guardare fisso il colore della luce sennò rischi di fare un paio di giri di rosso, mentre la fila dietro aspetta pazientemente che tu decida di ripartire.
Se parcheggi e te ne vai quelli resteranno li per sempre.”

Ecco, questo pezzo mi sono scordato di inserirlo nel pezzo.
Come quale pezzo?
E’ venerdi cazzo, ancora non è la prima cosa che fate quando aprite gli occhi!?

C’è FUORI TEMA su EUNEWS!

http://www.eunews.it/2013/10/18/bruxelles-e-a-misura-duomo/9877

PARITA’

17 Ott

(da Feisbuc, 17 Ottobre 2013)

Sotto scioc.

Una tizia belga mi ha fregato il parcheggio mentre aspettavo di entrarci con tanto di freccia e claxonate, e ha fatto spallucce come a dire “eeeh, a guera è guera”; sono sceso dalla macchina col sangue al cervello e mi sono reso conto che se picchi una donna sei una merda, se spacchi la macchina di una donna sei una merda e che soprattutto stavo per scrivere un post sulla civiltà del fuckin’ nordeuropa e ora vorrei solo radere tutto al suolo con una bomba atomica.

M’ha rovinato l’idea per il post di domani, sta troia.

Ah, anche se dici “troia” sei una merda, non ho ben capito perché, cioè lo capirei se una prostituta mi venisse a dire “guarda che io batto, mica rubo i parcheggi”, ma un’altra donna che dice che non si dice “troia” ad una che ha fatto di tutto per essere chiamata così non lo capisco.
Cioè, lo so da me che è offensivo, sennò non lo direi.
Prostituta è un mestiere, “troia” è un insulto, no?

Vabbè, forse ho avuto un’idea per non cancellare l’idea del post di domani.
Perché una cosa così a Roma finiva in cronaca nera dopo un minuto.

Buona giornata a chi vuole la parità di diritti in toto, anche nel fare a botte. Scherzo, chi picchia una donna non è uomo, è una merda.

Ma resta il fatto che quella era ‘na troia.

RAN FRI

16 Ott

Che non è “rane fritte” in francese, ma “corri libero” in inglese.

Ad un certo punto bisogna fare un bilancio della propria vita, guardarsi indietro, guardarsi dentro e guardarsi allo specchio.

Ecco, a parte tutte le cazzate emozionali e motivazionali che piacciono ai gnu frix, la cosa che più mi preme è il fisico: essere in forma è indispensabile per inserirsi nell’effimero mondo moderno. La sostanza non interessa a nessuno, a meno che non sia illegale, acquistata all’angolo buio di un vicoletto in periferia.

Vita sedentaria, stress, fumo, tabacco, droghe pesanti, risse nei bar, sesso estremo non protetto con oggetti e animali possono causare malfunzionamenti alla splendida macchina che è il corpo umano (qualcuno ha la 127, qualcuno una Maserati, ma insomma il concetto è chiaro) e bisogna fare qualcosa per passare la revisione.

Visto che di abbandonare i vizi se ne parlerà solo quando sarò nella tomba (non necessariamente morto eh, magari mi compro una bara e mi ci trasferisco, nel salotto), l’unica alternativa è quella di fare attività fisica. Ho subito pensato di fare continuamente all’amore ma dopo due minuti era già tutto finito e con tempi di ripresa dalle due alle quattro settimane; è chiaramente il caso che inizi a fare sport.

Se voglio restare fidanzato, soprattutto.

Quand’è di preciso che il footing è diventato jogging?

Cerco su internet una scheda preparatoria per principianti ma mi sembra troppo dura, guardo sul sito delle paraolimpiadi ma mi sento una brutta persona e allora sfido me stesso, e compilo un questionario.

Da quanto tempo non corri?
35 anni.
Fumi?
Si, grazie. Dammene un paio va.
Consumi alcolici?
Alti.
Mangi sano?
Certo, un maiale sano, al sangue. Lascio solo le orecchie.
Livello di allenamento da 1 a 10?
-7
Hai le scarpe adatte?
Le pantofole nuove col pelo dentro.
Sei pronto a diventare un Runner?
No, ma manco un Single.

I consigli sono diversi, ma tutti convengono che per le prime volte si debbano alternare camminata veloce e corsa. Checcazzo è la camminata veloce? Vado in macchina che faccio prima. Poi capisco che non c’ha senso.

Dicono che bisogna rompere il fiato, io basta che non me rompo una gamba.
Il freddo pungente del Fuckin’ Nordeuropa mi passa sotto la tutona (prima di vestirsi ghei-tecnico bisogna arrivare almeno al livello 5) ma pian piano il corpo si riscalda. E finalmente esco di casa. In macchina.

Correre nella natura è una cosa meravigliosa, peccato che io c’ho solo mezz’ora e devo farlo in un parchetto lungo le strade più trafficate di Bruxelles in mezzo allo smog. Camminata veloce, corsa, camminata veloce, corsa, camminata veloce, sigaretta, no dai, scherzo. Inizio a sudare e ad ansimare, ma in qualche modo mi sento bene; come quelli in coma che vedono la luce e sanno benissimo che è la fine ma ci vanno incontro sorridenti.

È verissimo che quando corri hai tempo per pensare (il classico mantra “chiccazzomel’hafattofa’ chiccazzomel’hafattofa’…”) e puoi vedere e sentire cose che non pensavi possibili: vedere tutto nero a pallini gialli, vedere la morte in faccia, vedere le siringhe dietro ai cespugli come negli anni 80, vedere un’enorme quantità di cacca di cane, sentire l’odore dell’enorme quantità di cacca di cane, sentire un incendio divampare nei polmoni, sentire il cuore che vuole saltar fuori dalla gola, sentire che la fine è vicina.

E invece sopravvivi e sei fiero di te stesso.
E dopo la doccia ti senti una persona nuova.
Pronta per le paraolimpiadi.

Ci riproverò, me lo riprometto, perché una volta non basta.
Né correre, né promettersi di farlo.

VOTA CESKOZ

14 Ott

La faccio breve:
Ho partecipato ad un contest di racconti con tema “comizi” e sono stato selezionato con altri 12.
Qui di seguito c’è il mio racconto, un po’ nazionalpopolare.
Questo è il link per leggere tutti gli altri e le spiegazioni per votare:
http://www.storie.it/il-paroliere/leggi-e-vota/

Alla fine del racconto qua sotto ho copincollato le suddette spiegazioni.
Se vi piace o semplicemente mi volete bene, spendete 30 secondi per mandare la mail col mio nome.
Se non volete farlo per me, fatelo per il mio ego.
Grazie, a buon rendere.
E comunque posso sempre geolocalizzarvi.

UN CESARE QUALUNQUE
di Francesco Cardarelli

Manca poco al tramonto, la piazza è gremita di gente, qualcuno mangia una granita al limone, qualcuno limona, qualcuno col limone si fa una pera, roba da illusionisti, anzi roba e basta, ma comunque sono affari suoi. C’è gente anche nelle strade intorno, affacciata dai palazzi, dai balconi, appesa ai pali della luce; i papà coi bambini sulle spalle, i ragazzi con le ragazze sulle spalle, le famiglie circensi con l’uomo con sulle spalle la donna, con sulle spalle il bambino, con sulle spalle il gatto, con sulle spalle il topo, che al mercato, mio padre compro’. Ci sono ambulanti che strillano “biretteee”, ambulanze parcheggiate che speriamo restino vuote, infermieri che bevono birette e fumano sigarette, guardie che si guardano intorno facendo finta di non sentire gli aromi illegali e sognano una biretta, borseggiatori che infilano mani in borse e tasche stando attenti alle guardie, disabili sulle loro carrozzelle che vedono solo schiene gambe e chiappe ma sono contenti di stare in mezzo a quel casino; gruppetti di giovani pieni di vino ed allegria che storpiano canzoni di tempi di cui non hanno memoria, adulti che qualche memoria ce l’hanno e cantano le stesse canzoni senza crederci più di tanto, vecchi che certe cose se le ricordano benissimo ma che non gliene frega più un cazzo di cantare quelle canzoni ed approfittano della bolgia per tastare culi qua e là.

Vista dal terrazzo la piazza è un mare di teste, creste, capelli, cappelli, colori, odori, rumori, che si intrecciano, ondeggiano, si muovono, si fermano ed aspettano. Ma quanto devono aspettare ancora? Il sole si avvia verso la sera, i bambini cominciano a piangere che vogliono andare a casa, le birette ormai sono tiepide, le gambe si lamentano, la folla rumoreggia, brontola, mormora…

Forse è il momento.

Mi affaccio al davanzale del terrazzo con la mia toga bianca e l’alloro sulla testa, e di colpo c’è silenzio. Un innaturale, immobile, instabile silenzio. Guardo un momento l’oceanica platea poi tendo le due braccia per il saluto, una con la mano tesa e una col pugno chiuso. Un boato si accende da sotto il palazzo e si propaga come un’onda anomala, fino ai vicoletti più lontani. Sono centinaia, migliaia di mani che battono, a tempo, contro tempo, sincopate o coordinate… dita che schioccano, urla che gridano, applausi che ridono. L’esultanza dura a lungo, poi le mani sono stanche e le gole sono secche, e allora è di nuovo il momento.

Ma il momento per cosa?

Grido: “Aò me spiegate che state a fa’? Che c’avete da esulta’? A voi nun v’è cambiato niente, la vostra vita de ieri è la vita de oggi, che è la stessa de mille anni fa, che sarà uguale tra mille anni. Esultate per me? Io ve ringrazio, pero’ mo’ torno dentro che devo magna’ l’uva sdraiato nel mio harem. E prima de applaudi’ raggionate un attimo se vale davvero la pena spellarvi le mani cosi’. Io dico che ce stanno cose più importanti da fa’, tipo apri’ l’occhi, accenne er cervello e strigne er culo!”.

Un nuovo applauso si leva, stavolta dal centro della piazza, e si allarga come i cerchi disegnati da un sasso lanciato ad un vigile urbano che però lo schiva facendolo finire in acqua. Le migliaia di mani già arrossate ricominciano a percuotersi le une con le altre, le voci tornano a salire, anche se sono roche per lo sforzo; in un attimo la piazza, le strade, i pali, i palazzi, tornano ad esultare ed applaudire. Faccio un nuovo cenno col braccio e torna il silenzio, accompagnato da qualche colpo di tosse o singhiozzo commosso. Scuoto la testa e tutte le facce sono verso su e mi sorridono, come bambini che hanno fatto una marachella ma sanno che verranno perdonati perché mentre loro hanno solo rubato un biscotto, papà ha perso la casa a poker.

Cerco di chiarire il concetto: “Ma perchè nun capite un cazzo? Perchè so’ du’mila anni che ve fate pija’ pe’r culo e ancora nun c’avete capito un cazzo?”. La folla ride, mentre le braccia mi cadono a terra e le palle rotolano lontano. “Vabbè, ve saluto popolo cojone, ve auguro bona fortuna co’ tutto er core, che è grazzie a voi che gente come me se po’ fa’ er bagno ner latte e gioca’ coi cuccioli de tigre, mentre i cortiggiani je baciano li piedi pe’ lecca’ le briciole”. Stendo le braccia, mano tesa e pugno chiuso, poi indietreggio, chiudo le pesanti finestre oscurate e sono nel mio mondo, profumato d’ambrosia e cosparso di petali di rosa, cosi’ distante da quello sporco e rumoroso là fuori.

La gente è attonita, interdetta, pensierosa. Si guardano perplessi l’uno con l’altro, con una vaga sensazione di qualcosa che non va. Poi un uomo unisce con forza i palmi delle mani, un altro lo segue, poi un altro, e altri e altri ancora, finchè l’applauso si propaga ovunque e tutti si rilassano e smettono di pensare, grazie a quel fragoroso e vigoroso e comunitario e solidale suono. Un applauso che li unisce tutti, non importa per cosa, non importa se sia giusto, importa solo che ci sia e che tutti lo stiano facendo insieme, come hanno sempre fatto, come facevano mille anni fa, come faranno tra mille anni, senza che niente cambi mai davvero, se non le persone che compiono e ricevono questo semplice, contagioso, inutile e pericoloso gesto.

Ma il sole ormai è sceso e bisogna tornare a casa, che domani è un altro giorno, uguale ad oggi, uguale a mille anni fa, uguale a tra mille anni.

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Per votare si deve inviare una mail a info@storie.it con oggetto “Voto Comizi” e scrivere nome e cognome dell’autore che vi è piaciuto di più.
Se non vi sovviene, mette comunque Francesco Cardarelli.