Archivio | luglio, 2018

La gente, la vita, la morte.

9 Lug

La gente arriva, la gente va.
Si entra e si esce nell’esistenza altrui molto più intensamente di quel che si crede. Un discorso lungo una notte o un sorriso corto un secondo possono modificare il corso della storia, o per lo meno di un periodo.
O magari di una vita.

La vita viene, la vita va.
Ci ritroviamo in vita senza aver chiesto niente ed è il regalo più bello ma anche la condanna più dura che ci porteremo dietro durante il nostro soggiorno nel mondo. In qualunque punto della Storia e della Geografia la vita è unica, preziosa e misteriosa.
E’ il più grande mistero, fino alla morte.

La morte viene, la morte va.
Lo sappiamo da quando siamo nati. Ogni secondo vissuto, riso o pianto, amato o odiato, sappiamo che la morte, che della vita non è l’opposto ma il compimento, un giorno arriverà. E non esiste un modo giusto di morire, perché nella morte non ha senso la giustizia.

La gente, la vita, la morte.
Ogni persona ha il diritto di fare della propria vita quello che vuole, questo dovrebbe essere scritto nel cielo in tutte le lingue del mondo. Se una persona decide di cercare la morte è un suo diritto, ma non riusciremo mai ad accettarlo. Un suicidio è così incomprensibile che abbiamo il terrore di comprenderlo. Ci si chiede perché, ci si chiede se qualcuno poteva fare qualcosa, ci si arrabbia con chi è morto, ci si dispera per lui e ancora di più per chi rimane.

La morte, la vita, la gente.
Il mistero della vita e della morte forse è questo: cercare l’equilibrio tra le due, senza avere idea di come funzioni la bilancia. La morte lascia sempre un segno nelle persone vive, siano essi familiari, amici o il barista sotto casa. La vita di chi se ne va rimane nei frammenti che ha lasciato in ciascuna persona con la quale ha interagito. Che si tratti di una vita insieme, di un discorso di una notte, di un sorriso di un secondo.

Cercheremo di trovare quell’equilibrio anche per chi non ci è riuscito.

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Stato di paura.

4 Lug

Penso che si tratti solo di un misanderstendin.

Non credo che l’Italia, paese meraviglioso proprio grazie alle diverse contaminazioni vissute durante i secoli, possa veramente essere così spaventata da persone che cercano una vita migliore. Gli italiani sono sparsi in tutto il mondo, da decenni, perché ad un certo punto hanno deciso di partire e cercare un altro posto in cui vivere la loro unica vita. In qualsiasi luogo del pianeta se dici “ciao” ti capiscono; ed è bellissimo.

Tutti hanno il diritto di muoversi nel mondo, il mondo è di tutti, siamo tutti nello stesso mondo. Ma ce la stiamo mettendo tutta per trasformarlo in un mondo di merda.

Non credo che l’Italia pensi davvero che un numero di persone che tutte insieme non arriverebbero a riempire l’Olimpico e San Siro possano rappresentare un problema. Non credo che gli italiani siano così idioti da credere che sia verosimile “aiutarli a casa loro” visto che non ci sono soldi neanche per le infrastrutture nostrane. Non posso pensare che gli italiani vogliano chiudere gli occhi su cosa significa prendere accordi con i paesi di partenza, dove i diritti umani non sono nemmeno considerati.

Non credo che gli italiani pensino davvero che comprando una pistola si possa stare più tranquilli visto che i crimini sono diminuiti e che nel paese più armato del mondo invece sono sempre di più. Non penso che gli italiani credano davvero che esiste un’emergenza migranti o un’emergenza criminalità o un’emergenza in generale visto che l’emergenza è qualcosa di straordinario e contingente e ho la bizzarra sensazione che nonostante tutti i proclami politici e televisivi la vita di ciascuno degli italiani che conosco sia esattamente la stessa di quella di una decina di anni fa. Cioè con i problemi del traffico, degli stipendi che non arrivano, degli spazi verdi, della corruzione, dei servizi al cittadino, del malaffare (non della criminalità, attenzione)… insomma l’Italia.

Non ci voglio credere, ma pare proprio che sia così. Quando un popolo ha paura di tutto significa che si sente vulnerabile, debole, insicuro, diviso: ha bisogno di essere risvegliato. Ma è pericoloso svegliare un sonnambulo.

C’è al governo un partito nato dall’idea di pulirsi il culo con la bandiera italiana e sterminare tutti i connazionali al di sotto del Po, oggi molto amato dai terroni (un po’ come i giudei iscritti al partito nazista) perché tanto adesso il pericolo arriva da fuori. Insieme a loro c’è il partito della voce del popolo, dove per popolo si intende quello che a cui piace stare in piazza tutti insieme ad osannare un uomo che grida che sono tutti delle merde e i migliori siamo noi.

Ecco, gli italiani avevano bisogno di questo. Se l’Italia avesse partecipato ai mondiali magari sarebbe andata diversamente, ché quando si giuoca il calcio non ce n’è per nessuno, diventiamo una cosa sola. E se i negri sventolano il tricolare quando l’Italia vince li abbracciamo e ci facciamo le foto insieme commossi. Invece no, non c’è un cazzo da sventolare questa volta. E allora qualcuno ne approfitta per sventolare altre banderuole, per distogliere l’attenzione dai problemi reali, quelli uguali a una decina (cinquantina) di anni fa, brevemente elencati prima. Gli stessi che mi hanno spinto a lasciare quel meraviglioso paese fatto di contaminazioni di mille culture. Io che ne ho diritto.

Quindi senza poter esultare tutti insieme per un goal o cantare orgogliosi un inno che ormai non ha più alcun senso, possiamo compattarci contro il nemico comune che viene da lontano, senza farci troppe domande(*). Possiamo comprare le pistole per sentirci più adulti, possiamo gridare al complotto dei vaccini e delle scie chimiche anche se non sappiamo di cosa cazzo stiamo parlando. Possiamo dare la colpa all’Europa se non funziona niente e però aiutare i ricchi ad evadere e massacrare i più poveri. Alle ultime elezioni ho pensato che un popolo ha quel che si merita. Oggi, leggendo alcuni commenti o ascoltando i nostri rappresentanti mi rendo conto che invece la cosa è più grave. Mi sembra non ci sia più una coscienza nazionale, non ci sia più un’idea di paese, di comunità e che le uniche sacche di resistenza attiva, le uniche belle notizie, vengano solo dai singoli cittadini e dalle associazioni e dai centri sociali e dai comitati di quartiere. Sempre più sotto assedio.

Lo Stato è diventato la voce di quel popolo che voleva una voce solo per gridare slogan fini a sé stessi. E fa paura.

Cazzo, lo Stato fa paura.

L’Italia potrebbe essere il paese più ricco d’Europa se solo si risvegliasse dal sogno mafioso, dal sogno fascista, dal sogno di essere un’entità unica slegata dall’esterno. Invece va sempre più giù, nella sua grettezza e piccolezza ed egoismo, sempre più lontana da quell’immagine che l’ha fatta amare da tutto il mondo.

Massimo rispetto per chi ancora resiste, chi si batte, chi aiuta i più deboli, chi chiede giustizia, chi difende il territorio anche con la forza. Chi ricorda ancora cosa significa essere un essere umano e non ha paura di sentirsi dire che è un buonista. E poi però a chi ce l’ha chiamato gli rompe il culo a sprangate.

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(*)Qualche giorno fa girava in rete una foto del concerto dei Pink Floyd sulla laguna di Venezia nel 1989 con didascalia “Porto di Tripoli: migranti pronti a salpare per l’Italia”. Basta leggere i commenti alla foto per comprendere fino a che livello può abbassarsi l’intelligenza umana. Ma nessuno mette in dubbio il suffragio universale.