Archivio | novembre, 2018

Tre anni dal Bataclan

15 Nov

Sono passati tre anni.

Tre anni fa, un venerdì sera, ad un concerto rock, più di cento ragazzi venivano uccisi dalla follia del terrorismo. Invece di piangere in silenzio ognuno aveva gridato la sua, sui social e in TV, senza sapere né capire un cazzo, me incluso, capi di governo inclusi.

Due anni fa si inscenava una tristissima recita in favore di telecamere, ovviamente live, riaprendo il Bataclan in un quartiere blindato coi poliziotti in assetto da guerra e proclamando il “ritorno alla normalità”. La normalità per fortuna era tornata dal giorno dopo la strage fino al giorno prima dell’anniversario, per poi riprendere l’indomani.

Dopo il Bataclan ci sono stati gli attacchi a Bruxelles.
Poi Nizza, Barcellona, Manchester, la Germania, non so più in che ordine.

Le candele si sono consumate, i fiori, le foto e le dediche sono state rimosse. Si diceva “l’Europa non dimenticherà i suoi morti” ma forse non vedevamo l’ora di farlo, per tornare ad essere sereni nei centri commerciali, cercando i saldi sulla felicità. E’ giusto essere andati avanti, è giusto godere del fatto di essere vivi, è giusto cercare la leggerezza in questo mondo pesante.

Ma è giusto anche ricordare per un istante.
Ricordare i fiumi di parole, l’ondata di odio, il razzismo dilagante, la paura e lo sgomento, il senso di impotenza e il dolore per quelle vittime che potevamo essere noi.

E rendersi conto che non è cambiato niente di niente di niente e che la realtà è la cosa più difficile da riconoscere in mezzo a questo bombardamento di notizie sempre nuove ma sempre uguali, di immagini sempre più belle ma sempre più vuote, di bisogni sempre più indotti ma sempre più necessari, di astrazioni sempre più iperboliche ma sempre meno umane.

Mi ricordo la solidarietà ed il senso di unione in mezzo a tutte quelle lacrime.
Quello non voglio dimenticarlo.
La voglia di abbracciare tutti quelli che come me non contano un cazzo e che saranno sempre vittime dei brutti giochi dei potenti, sia da una parte che dall’altra.

E la rabbia per un sistema malato di cui siamo sia prodotti che produttori.

Annunci

Un tè multiculturale

6 Nov

L’altra mattina ero in centro a Bruxelles con la famiglia e dovevamo andare a fare colazione. Essendo nel Fuckin’ Nordeuropa non è che vai in un bar e chiedi cappuccino e cornetto per 2€, come in tutti i paesi civili col vento che cambia senza più povertà e presto anche senza immigrati, ma hai un bel ventaglio di possibilità.

Abbiamo optato per un forno marocchino. Le mattonelle tipiche, il profumo di menta, il pavimento appiccicoso, la signora velata lentissima. Varcando quella soglia ci siamo ritrovati a Marrakesh, con gli stessi sapori, gli stessi modi, gli stessi sorrisi. Nel tavolo accanto c’erano una mamma, anch’essa velata, e la figlia. Dei clienti che sono entrati in quei venti minuti nessuno aveva la stessa origine del precedente: africani, magrebini, arabi, fiamminghi, valloni, turisti vari, anche un gruppo di ragazzi con la sindrome di Down in gita accompagnata. E tutti parlavano in francese (tranne gli arabi ad onor del vero, ma è come se io parlassi francese alla pizzeria Bella Napoli).

Mentre bevevo quel buonissimo, caldissimo e dolcissimo té ho pensato che forse abuso dei superlativi ma soprattutto che trovo fantastica questa faccia multi culturale di Bruxelles. Ci sono decine di comunità che hanno deciso di vivere e lavorare qua (io faccio parte di quella di Roma sud per esempio) senza rinunciare alla propria cultura e identità ma abbracciando quella che è la cultura e l’accoglienza e – beninteso – la legge di questo posto.

Chi ha paura che la propria cultura venga spazzata via da un’altra evidentemente non crede nella forza della propria cultura o nella propria capacità di mantenerla. Anzi, chi ha paura delle altre culture non è degno di appartenere a nessuna di esse. Perché una cultura che non accetta le altre culture non è cultura: è ignoranza, è incapacità di comunicare, è paura di conoscere cose nuove, è qualcosa di più vicino ad un animale che vuole difendere il proprio branco dal fulmine e dal tuono senza capire che il tuono e il fulmine stanno lì a prescindere da lui e che non c’è niente di cui aver paura. Ma quello dell’esempio è un animale, non è dotato di cultura e quindi lo perdoniamo. L’essere umano che si comporta così invece non ha scusanti. E non ha cultura, appunto, quindi non ha proprio niente da difendere. Poraccio.

Esistono culture violente? Si, certo, la nostra – occidentale – è una delle più pericolose ad esempio. Non mi sento migliore di una tribù che cosparge di miele il tredicenne e lo manda nudo in mezzo agli insetti della foresta per farne un uomo, visto che la mia “cultura” quelle foreste le sta distruggendo per fare i mobili low cost o allevare hamburger surgelati. Sono contrario alle culture che vedono la donna come un essere inferiore (cioè che lede i diritti di altri esseri umani) ma anche qui, prima di parlare abbiamo tantissima strada da fare. Che quelle a volte gli stupri se li cercano. I fatti più estremi sono atti criminali, non sono legati alla cultura. Un’infibulazione di una bambina disgraziata ha concettualmente lo stesso valore di una pallottola in un ginocchio per ricordare la rata del pizzo mafioso. Sono crimini, non cultura.

Da quando è stato creato il mondo dall’unico vero Vostro Signore, chiunque esso sia, le culture si sono contaminate, incontrate, scontrate anche, ci mancherebbe, se pensiamo che fino a qualche decennio fa ci bombardavamo tra paesi europei. La Storia del mondo è fatta di rapporti commerciali, scambi culturali, conquiste coatte, scontri all’ultimo sangue e stermini di massa e il compito dell’umanità dovrebbe essere quello di imparare dalle cazz dagli errori del passato e muoversi tutta insieme verso un futuro in cui finalmente si possa stare sereni.

Dopo migliaia di anni l’umanità si è rotta i coglioni di dover sempre combattere e avere paura di un nemico ogni volta diverso e ogni volta peggiore, deciso dal capo di turno. Ognuno ha la propria cultura e volendo può abbracciarne un’altra o anche più di una, ma dov’è il problema? Perché c’è l’idea che se si costruisce una Moschea allora poi il Cristianesimo finisce? E se due omosessuali si sposano allora poi la famiglia tradizionale finisce? E se ci sono i bambini neri e gialli a scuola poi i bianchi non ci saranno più?

Chi ha queste paure non crede nella forza delle proprie radici e quindi si rinchiude in sé stesso e vuole cacciare via tutti. Aiutiamoli a casa loro a questi poveracci, anzi facciamoli uscire di casa così spengono quei cazzo di monitor e vedono il mondo coi loro occhi. Spieghiamo loro che se oggi andiamo a mangiare il Kebab non significa che la carbonara non esisterà più. Che se beviamo il caffè di Starbucks (come cazzo fate poi me lo spiegate ma ora devo fare quello di larghe vedute) non vuol dire che i baretti chiuderanno. Che se due uomini si baciano innamorati sotto al sole non vuol dire che smetterà di piacervi la fregna.

Tutto questo ho pensato mentre bevevo il tè alla menta e guardavo la signora velata che sorrideva a mio figlio. Mi piacerebbe che per lui tutto questo colore fosse normale. Anzi stando nel Fuckin’ Nordeuropa per lui già lo è. Mi piacerebbe che i figli dei miei connazionali corraggiosamente rimasti in Italia possano crescere con questa normalità. Che amino la pizza, il fegato alla veneziana e la Sambuca con la mosca ma che apprezzino il Pastis, il Kefir e lo Tzatziki. Che cantino Vasco Rossi, Giusy Ferreri e l’inno di Mameli ma che ascoltino anche la musica africana, il samba e il klezmer. O per lo meno, se anche volessero restare chiusi nei loro sapori e colori tradizionali, che non rompessero il cazzo a tutta quell’umanità che invece si sta sforzando di andare avanti compatta, verso un futuro migliore, in cui non si debba più avere paura di nessuno: non di un nemico che non esiste e non di capi di Stato che purtroppo esistono, e sono molto più pericolosi.

Quella mattina abbiamo scelto un forno marocchino ma saremmo potuti andare dal portoghese per una cioccolata calda e un pastel de nata, dal turco per un caffè turco e un dolcetto iperglicemico, dall’irlandese per fagioli col sugo, uova e bacon, dall’italiano per un cannolo siciliano e un cappuccino a 8€…

Quando usciamo dal bar ci ritroviamo a Bruxelles, il (bucio der) cuore d’Europa, la città che ci ospita ormai da dieci anni. La bruxellitudine è ovunque: nell’architettura, nelle scritte, nei cantieri, nei nonsense, negli eventi, nella gente. E nella bruxellitudine c’è spazio per tutto e per tutti.

Perché una cultura che lascia entrare le ltre culture non viene cancellata ma diventa grande come il mondo, come l’umanità, che dovrebbe essere la cosa più forte di tutte.

Se solo ci ricordassimo di farne parte.
Tutt@.