Archivio | giugno, 2016

Roma, giorno boh

22 Giu

Roma, giorno boh, ho smesso di contarli.

Nella capitale ci sono le stagioni. Cioè a giugno è giugno, ogni tanto piove, per tipo mezz’ora, poi torna l’azzurro. Le verdure hanno il sapore delle verdure e quando ne hai voglia puoi mangiare un supplì.

I cittadini in media sono contenti che abbia vinto la Raggi, perché si erano tutti rotti i coglioni di com’è stata trattata questa città fino ad oggi. Mi associo a chi non l’avrebbe votata ma spera che una donna, giovane, appartenente ad un movimento decisamente radicato nei territori e teoricamente estraneo agli ingranaggi di corruzione, possa portare un positivo vento di novità. A chi non piace la Raggi basti pensare ad Alemanno. Ecco, appunto, ennamo.

Roma, che è lo specchio del paese, ha le potenzialità per essere un gioiello unico al mondo, ma è abbandonato a sé stesso. È un caos totale, che negli anni 70 poteva essere affascinante ma oggi fa solo rabbia. I supplì non bastano. Fanno parecchio, ma non bastano.

I parchetti sono sporchi e fatiscenti, i mezzi pubblici si chiamano mezzi perché funzionano la metà di quello che dovrebbero, bella battuta bravo, il lungotevere è un delirio di traffico e smog, i ciclisti ogni mattina aggiornano il testamento, ci sono incredibili pezzi di storia antica lasciati in mano ai gatti e ai drogati, mentre all’estero se trovano quattro tasselli di un mosaico del 1993 ci fanno un museo internazionale polo artistico sala concerti dj set vernissage.

Roma è settaria ed elitaria. Non c’è mescolanza. Si ragiona ancora a pariolini zecche nazi punkabbestia radicalscic e i cosi, i barboni coi risvoltini, che spero si estinguano presto. Ognuno frequenta e partecipa solo alla sfera che lo riguarda, il modo migliore per non aprirsi mai. Poi certo, se ci sono eventi in cui una birra costa 7€ il problema diventa economico. Ma cazzo mettere una birra a 7€ deve diventare un reato.

Sessismo e omofobia, ignoranza civica e ambientale, monnezza e puzza de piscio, sono le cose che risaltano subito all’occhio e che mi fanno più male. Dare la colpa agli altri e lamentarsi di tutto, mentre si fa ciò di cui si lamenta, è sport cittadino. Anzi nazionale.

Ma gli occhi sono felici, tra le bellezze nascoste, quelle famose e quelle con le minigonne svolazzanti. Fare un giro in motorino ti rimette al mondo. Mangiare qualcosa di buono, fare un giro sul lungomare di Ostia.

Roma – che è lo specchio del paese – non avrebbe niente da invidiare a nessuna città, potrebbe essere ancora la caput mundi che fu. Se solo trovasse un po’ di umiltà, si guardasse intorno, aprisse la mente e iniziasse a seguire i buoni esempi dei paesi che funzionano. Quelli che i romani prendono per il culo, quelli che fa freddo e piove sempre, ma che ce vai a fa’ lassù?

E quindi Roma resta così, che se la canta e se la sòna, soprattutto er clacson, sentendosi migliore di tutti solo grazie alla bellezza, che però non basta, come i supplì.

Roma, giorno 10

13 Giu
Non è vero che a Roma non piove mai. Ma quando piove a ‘na certa smette. E comunque è bella pure bagnata. E mi fermo qui.
 
–flashback giorno 8–
La mattina di sabato ho assistito alla simbolica rioccupazione temporanea del Teatro Valle, che a due anni dallo sgombero è rimasto tale e quale: inutilizzato. Così come il cinema America, il cinema Aquila, il Rialto, il primo Angelo Mai e per andare a decine di neuroni fa, il Blue-Cheese. Spazi in cui la mia generazione e quella dopo hanno potuto essere felici e spensierate, a prezzi modici, fuori dal mainstream dei “ragazzi dei centri commerciali”. Spazi di vita colorata e artistoide nel grigio di una città meravigliosa lasciata morire ogni giorno, ostaggio di mafie, intrallazzi e pigrizia atavica. Ma una realtà vivida, intelligente, aperta, indipendente o anche semplicemente allegra può rappresentare una pericolosa metastasi benigna. E allora si deve curare col rigido manganello della legge, perché l’occupazione è illegale, perché la sicurezza non è a norma, perché le nuove idee sono pericolose. Gli anticorpi della fortezza romana si svegliano, sgomberano, sigillano e poi tutti possono continuare a dormire, tra passaggi di bustarelle e strette di mani viscide. Che l’importante è fare shopping.
–fine flashback giorno 8–
 
Sto capendo che sta città ormai è fatta per i ricchi. Chi ha casa in centro, la tata che segue i bambini, un lavoro ben pagato che non duri 12 ore al giorno e qualche visita nelle cliniche private dice che è la città più bella del mondo. Gli altri bestemmiano.
 
Il fascino dell’antico abbandonato in una modernità che non è mai cominciata, la ricerca delle regole nella capitale più zozza d’Europa, gente che ruba gli straordinari e vota cinquestelle perché so’ onesti. Ricchi e Poveri sempre più distanti. E però ci stanno togliendo tutti gli spazi per sfogarci. A parte i centri del divertimento pilotato e dello shopping da poracci fatti con lo stampino made in Bangladesh.
 
D’altro canto lavorare a Roma è pure fare un servizio sulla riapertura di un palazzo storico, con visita guidata e buffet a base di cucina popolare ottocentesca. Leggi “pasta e facioli, trippa e vinello”.
 
Mancano due settimane alla fine del mio soggiorno romano ma la nostalgia è già tanta, perché comunque Roma è lontanissima.

Roma, giorno 7

9 Giu

Come un mio illustre predecessore, il settimo giorno mi riposai. E naturalmente piovve, mannaggia a quell’illustre predecessore.
Lavorare a Roma significa entrare in palazzi storici, trovarsi su terrazze mozzafiato, incontrare facce che non vedevi da anni, perdere 20 minuti per trovare parcheggio anche se stai in motorino, rischiare la vita nel folle traffico capitolino, essere trattato come un pacco postale, non venire valorizzato e/o gratificato, avere la sensazione che il datore di lavoro ti stia facendo un favore a farti lavorare.
Mi rendo conto che il traffico è alquanto stressante, ma ribadisco che è molto più divertente di quello belga: qui anche se c’è odio c’è il gusto della sfida, di vedere chi si infila prima davanti all’autobus o a quanto vicino riesci ad arrivare alla macchina davanti. A Bruxelles stai incolonnato e basta. E stanno incolonnati anche i motorini, che tante volte vorrei scendere e chiedere perché cazzo allora non si fanno la macchina visto che piove e fa sempre freddo.
Un’altra cosa di cui mi sto rendendo conto è che c’è simpatia, ma non c’è empatia: non gliene frega un cazzo a nessuno del prossimo o dell’ambiente, ma col sorriso. Il problema è la sporcizia lasciata dagli immigrati che dormono per strada nelle tende dopo che hanno chiuso il centro di accoglienza, non il fatto che dei nostri simili siano costretti a vivere per strada nelle tende.
“Questi” “i froci” “i zingheri”, tutti buttati in un calderone qualunquista e criptorazzista che ormai avevo dimenticato potesse esistere nel 2016.
E invece ce n’è a pacchi, nella città più bella e antica del mondo. Sempre più bella, sempre più antica.

Roma, giorno 4

6 Giu

Finalmente non provo più invidia per i turisti, perché dopo sette anni di assenza guardo ogni sanpietrino, pezzo di colonna o statua come se fosse la prima volta.

A Roma capita che per andare da una parte all’altra passi per il Colosseo, il Circo Massimo, le terme di Caracalla… e non puoi fare altro che riempirti gli occhi per avere dentro qualcosa di bello per tutto il giorno. Tipo i cammelli con l’acqua.

Il caffè, il cappuccino, il cornetto, il gelato, la pizza a taglio. Un piatto di amatriciana e un bicchiere di vino rosso sotto gli ombrelloni nel viavai di turisti nudi e istituzionali incravattati. Che poi leccano tutti il gelato alla stessa maniera.

Forse le cose non funzionano, non posso ancora dirlo. Ma so che sta città è piena de fregna.

Comunque ho trovato migliorati gli automobilisti, che ora si fermano alle strisce, mentre i pedoni sono completamente fuori controllo. Qualcuno dice che è perché “c’è tanta voja de mori'”.

In molti mi consigliano di non tornare a Roma, ma loro non se ne andrebbero manco a fucilate. Ma non ho capito: nun me ce volete?

La grande bellezza è in giro, non solo in un film.

Roma, giorno 3

6 Giu

In realtà sarebbe “Tuscia” ma per me Roma ha ancora i confini dei tempi di Giulio Cesare.
La provincia dell’impero è ricoperta di morbide colline addobbate di campi gialli mieti… mietuti… mietati… rasati da poco, costellati di balle di fieno, con le montagne da una parte e il mare dall’altra. Ci sono prati, boschi, paesini, fabbriche, animali e profumi che ricordano il passare delle stagioni.
Cioè c’è tutto. E se magna da paura.
Per tornare nella capitale ho preso il treno in una di quelle stazioni sperdute, da scena di film indipendente girato in pellicola, dove gli unici rumori sono il campanello che avvisa dell’arrivo del treno e gli uccelletti che strillano per il caldo. La domenica la biglietteria è chiusa, la tabaccheria pure e l’automatico non esiste. 
Salgo e cerco il capotreno che mi dice che a bordo il biglietto costa 5€ di più. Gli dico che non avevo alternative ma dal primo marzo Trenitalia ha introdotto questa tassativa novità, sui treni vecchi e sporchi presi da noi gente semplice, per poter investire sui moderni frecciarossa e simili. D’altronde si possono “acquistare onlain”, nel paese che ha uno dei pù bassi livelli di internettizzazione d’Europa.
Ma siamo in Italia: si discute, si gesticola, si canta ‘o sole mio e ci si capisce. Il controllore mi fa un biglietto come se fossi partito parecchie stazioni dopo, facendomi pagare solo 1€ in più.
Siamo un bellissimo paese. Lo Stato è lontano dai cittadini, e per questo tra cittadini ci aiutiamo. O almeno ci arrabbattiamo.
Basta non essere immigrati.

Roma, giorno 1.

3 Giu

Il sole è caldo e luminoso, il cielo è alto.Ci sono turiste nude in ogni dove.

Vivere a Roma senza andare in motorino è come stare con una che non pratica sesso orale.

C’è luce, ci sono i colori, c’è dell’azzurro nel cielo nonostante qualche nuvola.

Ovunque guardi c’è qualcosa di bello, includendo architettura e antropologia.

Sono appena arrivato e starò quasi un mese. Sono passati sette anni da quando sono partito, come quelli di Brad Pitt in Tibet, e sono cambiate molte cose. Ad esempio mi fermo quando i pedoni sono sulle strisce. I pedoni invece sono diventati folli kamikaze che attraversano ovunque senza alcuna logica. Da pedone devo ricordarmi che la storia delle strisce qui non funziona. E forse è per questo che i pedoni attraversano dove cazzo gli pare.
In sette anni sono cambiate tante cose ma tutto sembra uguale. Non c’è più il Metropolitan a via del Corso e al suo posto c’è il Metropolitan chiuso. Mossa intelligente per una delle vie storiche più frequentate ogni giorno dalle turiste nude di tutto il mondo. Sono cambiati sensi di marcia, profondità delle buche, strade chiuse e ponti aperti.
Poi la sera ritrovi la magia. Il ponentino che t’arrizza la pelle, le luci sui monumenti, i tratti senza lampioni che devi andare a memoria, la gente che sta per strada perché chiudersi in casa sarebbe uno spreco. I profumi di casa, smog incluso.
Che cazzo di città, la mia città.