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La gente, la vita, la morte.

9 Lug

La gente arriva, la gente va.
Si entra e si esce nell’esistenza altrui molto più intensamente di quel che si crede. Un discorso lungo una notte o un sorriso corto un secondo possono modificare il corso della storia, o per lo meno di un periodo.
O magari di una vita.

La vita viene, la vita va.
Ci ritroviamo in vita senza aver chiesto niente ed è il regalo più bello ma anche la condanna più dura che ci porteremo dietro durante il nostro soggiorno nel mondo. In qualunque punto della Storia e della Geografia la vita è unica, preziosa e misteriosa.
E’ il più grande mistero, fino alla morte.

La morte viene, la morte va.
Lo sappiamo da quando siamo nati. Ogni secondo vissuto, riso o pianto, amato o odiato, sappiamo che la morte, che della vita non è l’opposto ma il compimento, un giorno arriverà. E non esiste un modo giusto di morire, perché nella morte non ha senso la giustizia.

La gente, la vita, la morte.
Ogni persona ha il diritto di fare della propria vita quello che vuole, questo dovrebbe essere scritto nel cielo in tutte le lingue del mondo. Se una persona decide di cercare la morte è un suo diritto, ma non riusciremo mai ad accettarlo. Un suicidio è così incomprensibile che abbiamo il terrore di comprenderlo. Ci si chiede perché, ci si chiede se qualcuno poteva fare qualcosa, ci si arrabbia con chi è morto, ci si dispera per lui e ancora di più per chi rimane.

La morte, la vita, la gente.
Il mistero della vita e della morte forse è questo: cercare l’equilibrio tra le due, senza avere idea di come funzioni la bilancia. La morte lascia sempre un segno nelle persone vive, siano essi familiari, amici o il barista sotto casa. La vita di chi se ne va rimane nei frammenti che ha lasciato in ciascuna persona con la quale ha interagito. Che si tratti di una vita insieme, di un discorso di una notte, di un sorriso di un secondo.

Cercheremo di trovare quell’equilibrio anche per chi non ci è riuscito.

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Scrivere

21 Giu

Quando non scrivi per tanto tempo e poi ti ritrovi davanti al foglio bianco c’è sempre quell’attimo di panico che fortunatamente passa subito perché nel 2018 nessuno scrive più sui fogli bianchi. Quindi apri il monitor del Mac e inizi a scriverci sopra con il pennarello a punta fina senza starti a fare troppe domande.

Scrivere è una malattia.
Scrivere è una malattia che afflige soprattutto chi legge.
Scrivere è una malattia e allo stesso tempo una cura.
Scrivere può essere una chiave di lettura.

Quando non scrivo per un po’ mi si intasa il cervello, che è già lento di suo. Mi ritrovo la testa piena di concetti e parole e idee stupefacenti che collimano tra loro come atomi impazziti fino a diventare talmente tanti che si addensano in una specie di blob informe da espettorare sotto forma di caratteri più o meno sensati. Che ovviamente non rappresentano nulla delle bellissime cose che avevo in testa se non un ultimo minuscolo riflesso lontano come di una stella morente dall’altra parte della galassia.

Scrivere è come andare in bicicletta o nuotare o fare all’amore.
Scrivere è una bicicletta che fa all’amore mentre nuota.
Scrivere è l’amore per una nuotatrice in bicicletta.
Scrivere è nuotare nell’amore per una bicicletta.

Quando scrivi senza rileggere quello che hai scritto stai facendo una violenza ai potenziali lettori. E’ come i messaggi mandati da ubriaco alle tre di notte a quel numero che ogni volta cancelli dalla rubrica ma tanto ce l’hai tatuato nel cuore. Quando scrivi senza rileggere non puoi correggere le frasi ma le devi riscrivere. E’ come i messaggi mandati da strafatto alle cinque di mattina a quel numero che non hai più in rubrica ma tanto ce l’hai tatuato sulle palle.

Scrivere potrebbe avere un fine nobile, se fossi nobile.
Scrivere potrebbe cambiare il mondo, se avessi ancora speranza.
Scrivere potrebbe farmi stare meglio, se avessi qualcosa che non so.
Scrivere potrebbe, se solo volesse, se solo volessi, se solo potrebbi.

Quando scrivi per curarti è meglio non rileggere perché sennò cancelleresti tutto e se cancelleresti tutto sbagliassi il congiuntivo e se sbagliassi il congiuntivo fosse meglio che evitasti di scrivere o almeno prima studierebbi un po’ i verbi cazzo. Se cancellassi tutto ti ritroveresti di nuovo di fronte al foglio bianco sul monitor freddo, come me qualche momento fa, prima di espettorare questo scatarro momentistico.

Scrivere è gratuito e gratificante.
Scrivere non è letteratura o saggistica o giornalismo: è solo un atto.
Scrivere è un atto in diversi atti.
Scrivere può avere un fine ma l’importante è che alla fine ci arrivi.

Fine.

Fine enta

12 Mag

Oggi iniziano i miei ultimi 365 giorni negli “enta”.

Non che sia una cosa brutta. Manco bella. Funziona così da quando sei piccolo: ogni anno si compie un anno in più, senza eccezioni. A meno che non ti fai ibernare. Ma quello è un trucco che neanche si sa se funziona e soprattutto anche in quel caso gli anni passano comunque. Cioè ti ritrovi a 700 anni con l’aspetto di quando ti sei fatto ibernare e senza un briciolo di esperienza in più. Con tutti i tuoi amici e famigliari morti da anni. Mi pare una cosa abbastanza stupida. Ma d’altronde la gente fa la fila di notte davanti ai negozi per comprare il telefonino appena uscito quindi de che stamo a parla’? È che noi anziani poi andiamo così a braccio, ci confondiamo tra ricordi e film visti da giovani, tra canzoni e frasi sussurrate all’orecchio nel buio di un caldo abbraccio, tra desideri reali e pubblicità accattivanti, tra cose che abbiamo fatto e cose che non si sarebbero dovute fare ma che rifaremmo mille volte ma che non vorremmo facessero i nostri figli ma che però rifaremmo mille volte e spesso siamo ripetitivi perché ci confondiamo tra una vita che avremmo voluto vivere e quella che stiamo vivendo e non sappiamo quale sia la più bella. Guardandosi indietro si vedono cose piccole che prima sembravano enormi, si sente un calore dolce amaro per quello che non può più tornare ma in fondo è dentro di te. Guardando avanti si vede sfocato, perché non trovo gli occhiali, e perché è meglio guardare dove ti trovi adesso. Adesso tutto va bene, un anno è passato e molto è cambiato anche se giorno dopo giorno non sembra. Altri anni si spera che passeranno. I cambiamenti spaventano ma senza cambiamenti sta vita sarebbe un’infinita rottura di coglioni. A sette anni ero felice ma se oggi fossi ancora lì a cantare le canzoni di Cristina D’Avena e giocare coi Masters ci sarebbe qualcosa di storto. La felicità cambia con gli anni. Anche se comunque i personaggi dei Masters sono molto più fichi delle puttanate con cui giocano i bambini di oggi. Invecchiare significa non capire più i giovani, criticare i loro usi e costumi, la loro musica di merda, i loro capelli ridicoli, i troppi tatuaggi. Forse è solo invidia. Siamo ripetitivi, nostalgici e pure noiosi. La vita è un misto di emozioni riassumibili in allegria nostalgia rabbia disperazione gioia dolore godimento ma forse la vita non è riassumibile è solo vivibile e per alcuni non lo è nemmeno troppo quindi che cazzo state lì a lamentarvi? È che noi anziani ci lasciamo andare a questi flussi interminabili ed è per questo che i giovani non ci capiscono, perché in effetti la cosa è reciproca. Quindi ora vado a cercare un bel cantiere da guardare con le mani dietro la schiena canticchiando canzoni degli anni 90 guardando con odio le diciottenni coi capezzoli in trasparenza e pensando che si stava bene quando si stava meglio ma si sta meglio quando si sta bene e in fondo si sta bene anche qui in fine “enta” e avoja a te a quanta acqua ha da passa’ ancora sotto i ponti.

Insomma mi e ci faccio tanti auguri.

Progetto di rinascita

17 Apr

Quando torna la primavera (con circa un mese di ritardo ‘tacci sua) torna la voglia di rinascita, tipo Gesucristo a Pasqua, e i progetti si moltiplicano e le idee fioriscono e la creatività s’impollina e mentre l’arietta frizzante ti solletica la pelle e i pollini ti solleticano le mucose nasali (ricordandoti che sei nato in città e che la natura ti è avversa ma per fortuna fai parte del genere umano il quale ha inventato gli antistaminici e quindi alla fine sei mejo te) e il cielo azzurro e gli alberi in fiore fanno da sfondo a tutto questo spettacolo di vitalità esplosiva ecco che ritorna l’ancestrale problema delle gonnelline svolazzanti e delle magliettine senza reggiseno e quindi tutte le idee alla fine sono incanalate in una sola direzione accompagnate da litri di birre ghiacciate per raffreddare il tutto.

Vivere una favola

12 Apr

Era un giorno imprecisato tra gli 80 e i 90 e avevo appena infilato una musicassetta nello stereo per ascoltare per la prima volta in un intero album quello che sarebbe poi diventato un pezzo fondamentale della mia personalità tanto da dare, quasi trent’anni dopo, il suo nome a mio figlio.

Il bambino dell’epoca ascoltò con interesse quelle poesie cantate e rimase colpito dal verso “cosa non darei / per stare su una nuvola”. Iniziò ad immaginare una sensazione di ovattamento, di morbidezza ma anche di altezza e di vertigine, di guardare giù il mondo piccolo piccolo e saltare e rimbalzare su quella gomma bianca avvolgente.

Poi sono successe una cifra di cose, perché trent’anni sono lunghissimi, anche se non sono niente di fronte all’eternità, tra le quali possiamo brevemente rammentare a caso la prima volta che ho fatto all’amore, le Twin Tower, il trasferimento a Bruxelles, la morte di mio nonno, la nascita di mio figlio, la Roma che vince col Barcellona.

E così arriviamo ad oggi.

Stamattina quando ho guardato fuori dalla finestra il primo istinto è stato quello di mettermi a piangere e urlare, sbattere la testa al muro e chiedere a Vostro Signore perché ho sbagliato tutto e mi sono andato ad impelagare con tutte le scarpe nel Fuckin Nordeuropa ma per fortuna c’era mio figlio e ho dovuto mantenere la lucidità e la calma.

Il cielo era completamente bianco e i tetti avvolti dalla nebbia. Ma era una nebbia densa, strana, come fosse una… una…

E il bambino degli anni 80, quello che comunque sta sempre là, risvegliato in qualche modo dal bambino di oggi che porta il nome del poeta che da sempre mi accompagna nei momenti di difficoltà (ma anche di gioia o di rabbia o di amore o che insomma è tipo il nero che sta bene su tutto) mi ha ricordato quel verso di quella prima canzone di quella musicassetta. E allora ho preso mio figlio in braccio e gli ho detto a bassa voce “Vasco guarda fuori: stiamo su una nuvola!”.

E in quel momento, guancia a guancia, io peloso lui morbidissimo, a cercare la bellezza nella nebbia di un paese che odio e amo come tutte le cose importanti, ho pensato che invece non c’è niente di sbagliato in quello che ci succede nella vita. Possiamo cambiarlo o dobbiamo subirlo, ci rende felici o ci uccide dentro ma comunque è quello che succede nella nostra vita. È la nostra vita.

È la nostra favola.

Un po’ di musica

12 Mar

Una parte di me vorrebbe tornare indietro
a quando c’erano i capelli
e tutto era più leggero
tranne la musica.

Una parte di me vorrebbe saltare in avanti
a quando il mondo avrà deciso
se divorare sé stesso
o cambiare la musica.

Ogni parte di me spinge o tira
in direzioni differenti
mentre seduto in poltrona
metto un po’ di musica.

(tratto da “Poesie improvvisate”, edizioni mentali, 2018)

Alle donne

8 Mar

A Natale c’è “Una Poltrona Per Due”,
l’otto marzo c’è “Alle Donne”.

Alle Donne (light remix)

Auguri alla prima donna che ho incontrato, quella che mi ha dato la vita.
E all’ultima, quella con la quale questa vita la voglio dividere.

Auguri a quelle che ho conosciuto, che conoscerò e che ho dimenticato.
Auguri a quelle che mi hanno voluto bene e anche a quelle che non mi hanno voluto, che non sanno cosa si sono perse.

Auguri alle amiche, alle parenti, alle conoscenti, alle vicine e alle colleghe.
Auguri alle nonne, alle mamme, alle figlie.

Auguri alle stronze, a quelle col cuore spezzato, alle incredibili romantiche, a quelle che amano divertirsi senza paura di esser chiamate zoccole, a quelle che sognano il matrimonio, a quelle che sposano un vecchio pieno di soldi, a quelle che sono fedeli al proprio uomo, a quelle che tradiscono senza problemi, a quelle che scelgono sempre l’uomo sbagliato.

Auguri alle donne che amano le donne.

Auguri alle donne che usano il proprio corpo per fare successo, a quelle che lottano affinché il corpo di una donna non sia considerato merce, a quelle che odiano i maschi perché nessuno se le scopa, a quelle che non si piacciono anche se non ce n’è motivo.

Auguri alle donne che non hanno tempo di pensare ad una gravidanza perchè sennò devono saltare la palestra, a quelle che dedicano la propria vita alla famiglia, a quelle che hanno una propria vita, una propria famiglia e vanno pure in palestra.

Auguri alle donne che sanno di essere belle, a quelle che lo sono ma non lo sanno e a quelle che credono di esserlo ma non lo sono. Auguri alle donne che se ne fregano di come sono e riescono ad essere molto più piacevoli di tante altre.

Auguri alle strafiche.
Auguri ai catamarani.

Auguri alle donne che vogliono fare gli uomini, a quelle che li detestano, a quelle che non riescono a farne a meno, a quelle che si sentono superiori, a quelle che si sentono inferiori, a quelle che si sentono uguali, a quelle che si sentono diverse.

Auguri alle donne che hanno cambiato la storia del mondo, che ci hanno fatto sognare, che ci hanno fatto innamorare. A quelle che restano sempre nell’ombra, a quelle che si espongono in prima linea, a quelle che fanno la differenza, a quelle che sono morte per farla.

Auguri a quelle che se la tirano e a quelle che la danno.

Auguri alle donne intellettuali, a quelle simpatiche, a quelle sensuali, a quelle alla moda, a quelle alla moda alternativa che è sempre moda ma non è percepita come tale, a quelle femminili, alle “maschiacce”, a quelle sempre in tiro, a quelle sempre in tuta.

Auguri alle donne che sanno far ridere, che sanno eccitare, che sanno far riflettere e sanno cucinare.

Auguri alle cretine, a quelle che fanno finta di essere cretine, a quelle che non sanno neanche fare il caffè.

Auguri alle shampiste, alle professioniste, alle suore e alle mignotte.

Auguri alle donne che non possono denunciare un marito o un padre brutale, a quelle che subiscono molestie sul lavoro, a quelle che non potranno mai più dimenticare una violenza.

Auguri alle donne che sopportano, che rispondono, che reagiscono.
Auguri a quelle che non ci riescono.

Auguri alle donne che vengono vendute, comprate, maltrattate, uccise e mutilate.
Auguri alle donne lapidate, incarcerate, schiavizzate ed umiliate.

Auguri alle donne vittime di una cultura che va avanti da millenni, che crea una giornata mondiale per far guadagnare i fiorai, le pizzerie e i locali di strip maschili. Auguri alle donne di tutto il mondo che di una giornata come questa non se ne fanno un cazzo.

Auguri a tutte le donne che non credono in questa festa, perchè le battaglie per i diritti si combattono giorno per giorno, non una volta l’anno.
Ma che comunque se ricevono un mazzetto di mimosa sono contente e ti sorridono.

Perchè sono donne.
E sono la cosa più bella che esista a questo mondo.