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Un tè multiculturale

6 Nov

L’altra mattina ero in centro a Bruxelles con la famiglia e dovevamo andare a fare colazione. Essendo nel Fuckin’ Nordeuropa non è che vai in un bar e chiedi cappuccino e cornetto per 2€, come in tutti i paesi civili col vento che cambia senza più povertà e presto anche senza immigrati, ma hai un bel ventaglio di possibilità.

Abbiamo optato per un forno marocchino. Le mattonelle tipiche, il profumo di menta, il pavimento appiccicoso, la signora velata lentissima. Varcando quella soglia ci siamo ritrovati a Marrakesh, con gli stessi sapori, gli stessi modi, gli stessi sorrisi. Nel tavolo accanto c’erano una mamma, anch’essa velata, e la figlia. Dei clienti che sono entrati in quei venti minuti nessuno aveva la stessa origine del precedente: africani, magrebini, arabi, fiamminghi, valloni, turisti vari, anche un gruppo di ragazzi con la sindrome di Down in gita accompagnata. E tutti parlavano in francese (tranne gli arabi ad onor del vero, ma è come se io parlassi francese alla pizzeria Bella Napoli).

Mentre bevevo quel buonissimo, caldissimo e dolcissimo té ho pensato che forse abuso dei superlativi ma soprattutto che trovo fantastica questa faccia multi culturale di Bruxelles. Ci sono decine di comunità che hanno deciso di vivere e lavorare qua (io faccio parte di quella di Roma sud per esempio) senza rinunciare alla propria cultura e identità ma abbracciando quella che è la cultura e l’accoglienza e – beninteso – la legge di questo posto.

Chi ha paura che la propria cultura venga spazzata via da un’altra evidentemente non crede nella forza della propria cultura o nella propria capacità di mantenerla. Anzi, chi ha paura delle altre culture non è degno di appartenere a nessuna di esse. Perché una cultura che non accetta le altre culture non è cultura: è ignoranza, è incapacità di comunicare, è paura di conoscere cose nuove, è qualcosa di più vicino ad un animale che vuole difendere il proprio branco dal fulmine e dal tuono senza capire che il tuono e il fulmine stanno lì a prescindere da lui e che non c’è niente di cui aver paura. Ma quello dell’esempio è un animale, non è dotato di cultura e quindi lo perdoniamo. L’essere umano che si comporta così invece non ha scusanti. E non ha cultura, appunto, quindi non ha proprio niente da difendere. Poraccio.

Esistono culture violente? Si, certo, la nostra – occidentale – è una delle più pericolose ad esempio. Non mi sento migliore di una tribù che cosparge di miele il tredicenne e lo manda nudo in mezzo agli insetti della foresta per farne un uomo, visto che la mia “cultura” quelle foreste le sta distruggendo per fare i mobili low cost o allevare hamburger surgelati. Sono contrario alle culture che vedono la donna come un essere inferiore (cioè che lede i diritti di altri esseri umani) ma anche qui, prima di parlare abbiamo tantissima strada da fare. Che quelle a volte gli stupri se li cercano. I fatti più estremi sono atti criminali, non sono legati alla cultura. Un’infibulazione di una bambina disgraziata ha concettualmente lo stesso valore di una pallottola in un ginocchio per ricordare la rata del pizzo mafioso. Sono crimini, non cultura.

Da quando è stato creato il mondo dall’unico vero Vostro Signore, chiunque esso sia, le culture si sono contaminate, incontrate, scontrate anche, ci mancherebbe, se pensiamo che fino a qualche decennio fa ci bombardavamo tra paesi europei. La Storia del mondo è fatta di rapporti commerciali, scambi culturali, conquiste coatte, scontri all’ultimo sangue e stermini di massa e il compito dell’umanità dovrebbe essere quello di imparare dalle cazz dagli errori del passato e muoversi tutta insieme verso un futuro in cui finalmente si possa stare sereni.

Dopo migliaia di anni l’umanità si è rotta i coglioni di dover sempre combattere e avere paura di un nemico ogni volta diverso e ogni volta peggiore, deciso dal capo di turno. Ognuno ha la propria cultura e volendo può abbracciarne un’altra o anche più di una, ma dov’è il problema? Perché c’è l’idea che se si costruisce una Moschea allora poi il Cristianesimo finisce? E se due omosessuali si sposano allora poi la famiglia tradizionale finisce? E se ci sono i bambini neri e gialli a scuola poi i bianchi non ci saranno più?

Chi ha queste paure non crede nella forza delle proprie radici e quindi si rinchiude in sé stesso e vuole cacciare via tutti. Aiutiamoli a casa loro a questi poveracci, anzi facciamoli uscire di casa così spengono quei cazzo di monitor e vedono il mondo coi loro occhi. Spieghiamo loro che se oggi andiamo a mangiare il Kebab non significa che la carbonara non esisterà più. Che se beviamo il caffè di Starbucks (come cazzo fate poi me lo spiegate ma ora devo fare quello di larghe vedute) non vuol dire che i baretti chiuderanno. Che se due uomini si baciano innamorati sotto al sole non vuol dire che smetterà di piacervi la fregna.

Tutto questo ho pensato mentre bevevo il tè alla menta e guardavo la signora velata che sorrideva a mio figlio. Mi piacerebbe che per lui tutto questo colore fosse normale. Anzi stando nel Fuckin’ Nordeuropa per lui già lo è. Mi piacerebbe che i figli dei miei connazionali corraggiosamente rimasti in Italia possano crescere con questa normalità. Che amino la pizza, il fegato alla veneziana e la Sambuca con la mosca ma che apprezzino il Pastis, il Kefir e lo Tzatziki. Che cantino Vasco Rossi, Giusy Ferreri e l’inno di Mameli ma che ascoltino anche la musica africana, il samba e il klezmer. O per lo meno, se anche volessero restare chiusi nei loro sapori e colori tradizionali, che non rompessero il cazzo a tutta quell’umanità che invece si sta sforzando di andare avanti compatta, verso un futuro migliore, in cui non si debba più avere paura di nessuno: non di un nemico che non esiste e non di capi di Stato che purtroppo esistono, e sono molto più pericolosi.

Quella mattina abbiamo scelto un forno marocchino ma saremmo potuti andare dal portoghese per una cioccolata calda e un pastel de nata, dal turco per un caffè turco e un dolcetto iperglicemico, dall’irlandese per fagioli col sugo, uova e bacon, dall’italiano per un cannolo siciliano e un cappuccino a 8€…

Quando usciamo dal bar ci ritroviamo a Bruxelles, il (bucio der) cuore d’Europa, la città che ci ospita ormai da dieci anni. La bruxellitudine è ovunque: nell’architettura, nelle scritte, nei cantieri, nei nonsense, negli eventi, nella gente. E nella bruxellitudine c’è spazio per tutto e per tutti.

Perché una cultura che lascia entrare le ltre culture non viene cancellata ma diventa grande come il mondo, come l’umanità, che dovrebbe essere la cosa più forte di tutte.

Se solo ci ricordassimo di farne parte.
Tutt@.

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Il beneficio del web

30 Ott

Guarda questo video che ti potrebbe piacere, ascolta questo brano che potresti amare, contatta questa persona che potresti conoscere, acquista questi articoli che ti potrebbero interessare, lascia che questo sito ti mandi delle notifiche se esce un articolo che ti potrebbe stuzzicare.

Finalmente ho capito cos’è che mi rompe i coglioni dei social e di internet come è diventata: l’invadenza. Il continuo bisogno di stimolarti con cose non richieste. Come i venditori porta a porta, come i gratta e vinci di Ryanair, come la televisione.

Non guardo la televisione ufficialmente dal 2005 (in realtà da parecchio prima, ci sono gli atti dal notaio) proprio per lo stesso motivo: ad un certo punto ho avuto la sensazione che altri si prendessero la briga di propormi delle cose per intrattenermi alternate a cose da vendermi: ma chi v’ha chiesto niente? Poi fossero cose belle…

Credo che mi piaccia scrivere proprio per questo: si parte da una pagina bianca, nessuna interferenza dall’esterno (se non precedente e metabolizzata dal cervello, o quel che ne rimane); è il mondo prima del gang bang. E da qui si inizia a creare qualcosa di nuovo. Che alla fine può anche risultare più brutto di una sgommata nelle mutande, ci mancherebbe, ma almeno non è stata progettata da qualcuno che l’ha creata artificiosamente basandosi su dati virtuali e analisi di mercato convinto che le emozioni umane possano essere ridotte ad un algoritmo e che la felicità sia acquistabile a prezzo speciale e con consegna super rapida.

La tecnologia potenzialmente poteva dare una svolta alla nostra civiltà invece, come forse era prevedibile, è stata fagocitata dal sistema capitalista neoliberista e ci si è ritorta contro ma ormai facciamo fatica ad accorgercene, oberati come siamo di notizie e banner e notifiche e video che hanno commosso il Web. Ma poi chi cazzo è sto Web che si commuove con ste stronzate? Abbracciatelo, ne ha bisogno.

Le notizie, l’intrattenimento, il porno e le polemiche esistono dagli albori dell’umanità, non sono necessariamente legate ad uno schermo collegato al uoruaiduèb, ma ormai diamo per scontato che sia così. C’è qualcosa di male?

Sociologi, psicologi, storici, filosofi, economisti e antropologi stanno ancora dibattendo su questo tema controverso e alternano liste lunghissime di pro e contro per avvalorare le loro tesi ma io che c’ho la maturità scientifica col voto più basso della classe mi guardo intorno e mi pare chiaro che si, c’è qualcosa di male.

La tecnologia è diventata strumento del sistema per indottrinarci ancora di più e strumento degli uomini per dare sfogo ai loro peggiori istinti. L’odio, il cinismo, gli insulti, l’indifferenza, la regressione sociale che scaturiscono dai social sono sotto gli occhi di tutti. Fanno da contrappeso le facilitazioni alla vita, tipo che non serve più chiedere a tu’ zio come si arriva alla casa in campagna o non devi più cercare sull’elenco il numero del negozio per sapere se hanno quell’articolo o non devi più andare all’edicola dall’altra parte della città per farti una pippa, ma ne vale la davvero la pena?

Forse si. Perché in passato, questa sgommata nelle mutande sarebbe rimasta manoscritta nel mio diario segreto di Poochie (se non sai chi è sei schifosamente giovane e ti odio) mentre oggi posso lanciarla nella rete e sentire di aver contribuito a qualcosa (tipo ad un piccolo nuovo passo verso la fine dell’umanità) anche se è esattamente come quando il povero naufrago delle vignette lanciava in mezzo all’oceano la bottiglia col messaggio dentro sapendo in cuor suo che di lì a poco sarebbe morto disidratato o di stenti.

Forse i social sono i nostri messaggi nelle bottiglie. Sappiamo che condividendo petizioni o articoli senza cambiare una microvirgola del nostro comportamento non cambieremo un macrocazzo nella società ma ci fa sentire parte di qualcosa di più grande. Né bello né brutto, direi piuttosto mediocre, ma comunque più grande.

Finché cercheremo di appartenere a qualcosa di più grande invece che di più bello, non c’è speranza di cambiamento, ma almeno ci sentiamo meno soli.

Ora se volete raggiungermi, questa sera vado a vedere un po’ di tramonti su Instagram.

L’Odio, la realtà e i pezzi.

22 Ott

In una fredda mattina piovosa nordeuropea, lavorando alacremente nel mio nuovo ufficio (tavolino a sinistra prima delle scalette con vista su piazzale bagnato e vicino alla presa elettrica, in un noto bar di Ixelles) ad un certo punto, mentre tutto scorre un po’ malinconico ma piuttosto sereno, tra il wifi scroccato e il caffè annacquato arriva un messaggio su un gruppo uozzap pieno di gente che manco conosco e c’è un link ad un video.

Ho tanto da lavorare (scusate se uso questa parola orrenda ma non riesco a trovare un sinonimo per “fare delle cose senza troppo amore per avere dei soldi in cambio”), odio uozzap e poi se parte il video dovrei mettere le cuffiette e perdere tempo e poi tanto sarà una cazzata… ma il titolo recita “storia di un’allucinazione collettiva” e la curiosità è femmina e quindi la mia parte femminile – che per inciso è una lesbica maggiorata muscolosissima e voglio vedere voi a mettervici contro – prende il sopravvento e mi impone di guardare il video.

In una umida autunnale mattina nordeuropea nel 2018, per mano di uno sconosciuto scopro mio malgrado che nella scena de L’Odio in cui il dj sistema le casse davanti alla finestra e parte la scratch session che fa ballare e sognare il quartiere, le banlieue parigine e un’intera generazione ancora oggi allo sbando… in realtà la traccia dice “That’s the sound of the police”.

Non è una cosa importante, sia chiaro. Ma sarà il tempo grigio, il caffè di merda e il pensiero che invece di lavor… di fare cose in cambio di danaro guardo videi su uozzap e scrivo post sul blog, fatto sta che un pezzettino di me è andato a chiudersi in camera sua e non vuole più parlare con nessuno.

Sicuramente gli passerà, sicuramente la vita reale tornerà ad imporsi con le sue scadenze, sicuramente questa storia è solo un brufoletto su una pelle che sta cambiando però è dura avere sempre conferme di come la realtà sia così priva di magia e immaginazione.

Ma in fondo stiamo parlando di niente, perché per quella piazza in bianco e nero, per quelle banlieue a ferro e fuoco e per tutta questa generazione ancora oggi allo sbando il testo sarà sempre e comunque “Assassins de la Police” e vaffanculo alla realtà, agli americani e pure agli sconosciuti dei gruppi uozzap nelle fredde umide mattine nordeuropee.

Buona settimana a chi si sente a pezzi, come uno splendido mosaico contemporaneo.

Summertime Collage

30 Ago

L’estate sta finendo e un anno se ne va e come l’anno scorso, sul mare col pattino a fare il bagno al largo per vedere da lontano gli ombrelloni e quando esci dall’acqua e ti vieni a sdraiare vicino a me, abbronzatissima, sei diventata nera come il carbòn. Un tuffo dove l’acqua è più blu, niente di più… e ci ritroviamo in alto mare.

Voglio andare al mare perché mi han detto che là si che ci si diverte, io vado al mare voi che fate?… Una giornata al mare ma che son venuto a fare se non ci sei tu? Faccio a schiaffi con le onde e con il vento, onda su onda, un’altra vela va fino a che non scompare, com’è profondo il mare.

E la chiamano estate, questa estate senza te, un’estate fa non c’eri che tu, cercavo un mare calmo e ho trovato te, sei dentro di me come l’alta marea.

Il mare d’inverno è solo un film in bianco e nero: tutti al mare a mostra’ le chiappe chiare!

(tratto da “Under the ombrellone”, edizioni mentali 2018)

Sensazioni a freddo sull’Italia al caldo

5 Ago

Rientro in Italia solo in vacanza.

Sensazioni a freddo sul paese, anche se con quaranta gradi è alquanto hardware.

Ci sono molti SUV bianchi coi vetri oscurati che fanno i fari a 300 km/h sulle corsie di sorpasso oppure stanno fermi, vuoti, col motore acceso sulle pedonali o sui parcheggi per i disabili (i più sfacciati proprio sopra ai disabili) col motore acceso per far rinfrescare l’abitacolo, prima di partire a 300 km/h sulle corsie di sorpasso; non hanno alcuna meta e nessuno ha mai visto nessuno salirvici o scendervicisi.

È pieno di immigrati con le scarpe di Prada e l’aifon X che bighellonano tra la sauna della suite dove dormono e le mense della caritas dove mangiano, sempre comunque a spese nostre, e fanno a botte con gli italiani per accaparrarsi i migliori posti di ambulante sulla spiaggia o raccoglitore di pomodori o pulitore notturno di mezzi pubblici.

I razzisti hanno smesso di dire che loro “non sono razzisti ma” e si sono convinti che è loro diritto essere proprio “razzisti senza ma” ed è una cosa molto grave che però sicuramente verrà stigmatizzata e condannata dal sobrio Ministro dell’interno appena smetterà di farsi selfie sulla spiaggia in cui spara ai barconi col bazooka.

Nonostante il caldo, le polemiche non si fermano di fronte a niente. Invece di una normale campagna informativa sui vaccini siamo arrivati a uno scontro cieco tra chi vuole contaminare gli acquedotti con le malattie esantematiche e sostenitori della vaccinazione di massa previo bombardamento a tappeto con siringhe autosparanti; invece di preoccuparci delle ronde fasciste o delle testedicazzo che sparano pallini allo straniero o del sempre più malcelato fascismo di Stato (causa o conseguenza di tutto ciò? ne parleremo in un’altra puntata) ci incartiamo su uno stupido fatto di cronaca…

Salvini tuitta una battuta sul caldo africano e i suoi sostenitori ridono. Ed è ovvio che sia così. Meno ovvio che a sinistra si cerchi di sminuire la battuta o di prendere in giro la grossolanità dell’elettorato di destra. Dove sta il senso di questa “lotta”? Dove sono le lotte di sinistra? DOVE CAZZO È LA SINISTRA?

La sensazione a freddo sul paese è che è un paese incazzato contro le cose sbagliate, che non si rende conto delle immense potenzialità che ha e degli immensi problemi endemici uguali a loro stessi da 70 anni e che è talmente abituato ai malfunzionamenti, alle storture, alla corruzione, alle macchine in tripla fila, che ha iniziato a cercare i problemi dove magari manco dovrebbero esserci.

Ci torno in vacanza, vedo paesaggi che il resto del mondo sogna, assaporo cibi che il resto del mondo sbava, ascolto musica che… no vabbè ascolto musica demmerda meinstrim come nel resto del mondo, sento un calore umano che è sempre più tiepido ma comunque più caldo di molte altre parti del mondo.

Poi però arrivo ad un punto in cui forse per vigliaccheria, forse per egoismo, forse perché me so’ nordeuropeizzato e magari l’anno prossimo scendo con sandalo e pedalino, ma arriva un punto in cui non ce la faccio più a sopportare tutti i malfunzionamenti e le storture e la corruzione e le terze file e però vedere laggente incazzata contro quelli più deboli di lei, come se questo potesse risolvere la situazione.

E a quel punto me ne devo andare.

Col cuore pieno di spiagge e laghi e monti e scorci e ciottolati e viuzze e supplì e pizze e spaghetti con le vongole e abbracci e risate e battute e chiacchiere delle quali – forse proprio perché poi si sciolgono in quel cocktail dolceamaro nostalgico tipico dei migranti – ho imparato a capire il valore. Quel valore che il resto del mondo sogna e sbava.

E poi non vedrò l’ora di tornare alla prossima vacanza, sperando che stavolta il paese stia meglio.

La gente, la vita, la morte.

9 Lug

La gente arriva, la gente va.
Si entra e si esce nell’esistenza altrui molto più intensamente di quel che si crede. Un discorso lungo una notte o un sorriso corto un secondo possono modificare il corso della storia, o per lo meno di un periodo.
O magari di una vita.

La vita viene, la vita va.
Ci ritroviamo in vita senza aver chiesto niente ed è il regalo più bello ma anche la condanna più dura che ci porteremo dietro durante il nostro soggiorno nel mondo. In qualunque punto della Storia e della Geografia la vita è unica, preziosa e misteriosa.
E’ il più grande mistero, fino alla morte.

La morte viene, la morte va.
Lo sappiamo da quando siamo nati. Ogni secondo vissuto, riso o pianto, amato o odiato, sappiamo che la morte, che della vita non è l’opposto ma il compimento, un giorno arriverà. E non esiste un modo giusto di morire, perché nella morte non ha senso la giustizia.

La gente, la vita, la morte.
Ogni persona ha il diritto di fare della propria vita quello che vuole, questo dovrebbe essere scritto nel cielo in tutte le lingue del mondo. Se una persona decide di cercare la morte è un suo diritto, ma non riusciremo mai ad accettarlo. Un suicidio è così incomprensibile che abbiamo il terrore di comprenderlo. Ci si chiede perché, ci si chiede se qualcuno poteva fare qualcosa, ci si arrabbia con chi è morto, ci si dispera per lui e ancora di più per chi rimane.

La morte, la vita, la gente.
Il mistero della vita e della morte forse è questo: cercare l’equilibrio tra le due, senza avere idea di come funzioni la bilancia. La morte lascia sempre un segno nelle persone vive, siano essi familiari, amici o il barista sotto casa. La vita di chi se ne va rimane nei frammenti che ha lasciato in ciascuna persona con la quale ha interagito. Che si tratti di una vita insieme, di un discorso di una notte, di un sorriso di un secondo.

Cercheremo di trovare quell’equilibrio anche per chi non ci è riuscito.

Scrivere

21 Giu

Quando non scrivi per tanto tempo e poi ti ritrovi davanti al foglio bianco c’è sempre quell’attimo di panico che fortunatamente passa subito perché nel 2018 nessuno scrive più sui fogli bianchi. Quindi apri il monitor del Mac e inizi a scriverci sopra con il pennarello a punta fina senza starti a fare troppe domande.

Scrivere è una malattia.
Scrivere è una malattia che afflige soprattutto chi legge.
Scrivere è una malattia e allo stesso tempo una cura.
Scrivere può essere una chiave di lettura.

Quando non scrivo per un po’ mi si intasa il cervello, che è già lento di suo. Mi ritrovo la testa piena di concetti e parole e idee stupefacenti che collimano tra loro come atomi impazziti fino a diventare talmente tanti che si addensano in una specie di blob informe da espettorare sotto forma di caratteri più o meno sensati. Che ovviamente non rappresentano nulla delle bellissime cose che avevo in testa se non un ultimo minuscolo riflesso lontano come di una stella morente dall’altra parte della galassia.

Scrivere è come andare in bicicletta o nuotare o fare all’amore.
Scrivere è una bicicletta che fa all’amore mentre nuota.
Scrivere è l’amore per una nuotatrice in bicicletta.
Scrivere è nuotare nell’amore per una bicicletta.

Quando scrivi senza rileggere quello che hai scritto stai facendo una violenza ai potenziali lettori. E’ come i messaggi mandati da ubriaco alle tre di notte a quel numero che ogni volta cancelli dalla rubrica ma tanto ce l’hai tatuato nel cuore. Quando scrivi senza rileggere non puoi correggere le frasi ma le devi riscrivere. E’ come i messaggi mandati da strafatto alle cinque di mattina a quel numero che non hai più in rubrica ma tanto ce l’hai tatuato sulle palle.

Scrivere potrebbe avere un fine nobile, se fossi nobile.
Scrivere potrebbe cambiare il mondo, se avessi ancora speranza.
Scrivere potrebbe farmi stare meglio, se avessi qualcosa che non so.
Scrivere potrebbe, se solo volesse, se solo volessi, se solo potrebbi.

Quando scrivi per curarti è meglio non rileggere perché sennò cancelleresti tutto e se cancelleresti tutto sbagliassi il congiuntivo e se sbagliassi il congiuntivo fosse meglio che evitasti di scrivere o almeno prima studierebbi un po’ i verbi cazzo. Se cancellassi tutto ti ritroveresti di nuovo di fronte al foglio bianco sul monitor freddo, come me qualche momento fa, prima di espettorare questo scatarro momentistico.

Scrivere è gratuito e gratificante.
Scrivere non è letteratura o saggistica o giornalismo: è solo un atto.
Scrivere è un atto in diversi atti.
Scrivere può avere un fine ma l’importante è che alla fine ci arrivi.

Fine.