Archivio | ottobre, 2018

Il beneficio del web

30 Ott

Guarda questo video che ti potrebbe piacere, ascolta questo brano che potresti amare, contatta questa persona che potresti conoscere, acquista questi articoli che ti potrebbero interessare, lascia che questo sito ti mandi delle notifiche se esce un articolo che ti potrebbe stuzzicare.

Finalmente ho capito cos’è che mi rompe i coglioni dei social e di internet come è diventata: l’invadenza. Il continuo bisogno di stimolarti con cose non richieste. Come i venditori porta a porta, come i gratta e vinci di Ryanair, come la televisione.

Non guardo la televisione ufficialmente dal 2005 (in realtà da parecchio prima, ci sono gli atti dal notaio) proprio per lo stesso motivo: ad un certo punto ho avuto la sensazione che altri si prendessero la briga di propormi delle cose per intrattenermi alternate a cose da vendermi: ma chi v’ha chiesto niente? Poi fossero cose belle…

Credo che mi piaccia scrivere proprio per questo: si parte da una pagina bianca, nessuna interferenza dall’esterno (se non precedente e metabolizzata dal cervello, o quel che ne rimane); è il mondo prima del gang bang. E da qui si inizia a creare qualcosa di nuovo. Che alla fine può anche risultare più brutto di una sgommata nelle mutande, ci mancherebbe, ma almeno non è stata progettata da qualcuno che l’ha creata artificiosamente basandosi su dati virtuali e analisi di mercato convinto che le emozioni umane possano essere ridotte ad un algoritmo e che la felicità sia acquistabile a prezzo speciale e con consegna super rapida.

La tecnologia potenzialmente poteva dare una svolta alla nostra civiltà invece, come forse era prevedibile, è stata fagocitata dal sistema capitalista neoliberista e ci si è ritorta contro ma ormai facciamo fatica ad accorgercene, oberati come siamo di notizie e banner e notifiche e video che hanno commosso il Web. Ma poi chi cazzo è sto Web che si commuove con ste stronzate? Abbracciatelo, ne ha bisogno.

Le notizie, l’intrattenimento, il porno e le polemiche esistono dagli albori dell’umanità, non sono necessariamente legate ad uno schermo collegato al uoruaiduèb, ma ormai diamo per scontato che sia così. C’è qualcosa di male?

Sociologi, psicologi, storici, filosofi, economisti e antropologi stanno ancora dibattendo su questo tema controverso e alternano liste lunghissime di pro e contro per avvalorare le loro tesi ma io che c’ho la maturità scientifica col voto più basso della classe mi guardo intorno e mi pare chiaro che si, c’è qualcosa di male.

La tecnologia è diventata strumento del sistema per indottrinarci ancora di più e strumento degli uomini per dare sfogo ai loro peggiori istinti. L’odio, il cinismo, gli insulti, l’indifferenza, la regressione sociale che scaturiscono dai social sono sotto gli occhi di tutti. Fanno da contrappeso le facilitazioni alla vita, tipo che non serve più chiedere a tu’ zio come si arriva alla casa in campagna o non devi più cercare sull’elenco il numero del negozio per sapere se hanno quell’articolo o non devi più andare all’edicola dall’altra parte della città per farti una pippa, ma ne vale la davvero la pena?

Forse si. Perché in passato, questa sgommata nelle mutande sarebbe rimasta manoscritta nel mio diario segreto di Poochie (se non sai chi è sei schifosamente giovane e ti odio) mentre oggi posso lanciarla nella rete e sentire di aver contribuito a qualcosa (tipo ad un piccolo nuovo passo verso la fine dell’umanità) anche se è esattamente come quando il povero naufrago delle vignette lanciava in mezzo all’oceano la bottiglia col messaggio dentro sapendo in cuor suo che di lì a poco sarebbe morto disidratato o di stenti.

Forse i social sono i nostri messaggi nelle bottiglie. Sappiamo che condividendo petizioni o articoli senza cambiare una microvirgola del nostro comportamento non cambieremo un macrocazzo nella società ma ci fa sentire parte di qualcosa di più grande. Né bello né brutto, direi piuttosto mediocre, ma comunque più grande.

Finché cercheremo di appartenere a qualcosa di più grande invece che di più bello, non c’è speranza di cambiamento, ma almeno ci sentiamo meno soli.

Ora se volete raggiungermi, questa sera vado a vedere un po’ di tramonti su Instagram.

Annunci

L’Odio, la realtà e i pezzi.

22 Ott

In una fredda mattina piovosa nordeuropea, lavorando alacremente nel mio nuovo ufficio (tavolino a sinistra prima delle scalette con vista su piazzale bagnato e vicino alla presa elettrica, in un noto bar di Ixelles) ad un certo punto, mentre tutto scorre un po’ malinconico ma piuttosto sereno, tra il wifi scroccato e il caffè annacquato arriva un messaggio su un gruppo uozzap pieno di gente che manco conosco e c’è un link ad un video.

Ho tanto da lavorare (scusate se uso questa parola orrenda ma non riesco a trovare un sinonimo per “fare delle cose senza troppo amore per avere dei soldi in cambio”), odio uozzap e poi se parte il video dovrei mettere le cuffiette e perdere tempo e poi tanto sarà una cazzata… ma il titolo recita “storia di un’allucinazione collettiva” e la curiosità è femmina e quindi la mia parte femminile – che per inciso è una lesbica maggiorata muscolosissima e voglio vedere voi a mettervici contro – prende il sopravvento e mi impone di guardare il video.

In una umida autunnale mattina nordeuropea nel 2018, per mano di uno sconosciuto scopro mio malgrado che nella scena de L’Odio in cui il dj sistema le casse davanti alla finestra e parte la scratch session che fa ballare e sognare il quartiere, le banlieue parigine e un’intera generazione ancora oggi allo sbando… in realtà la traccia dice “That’s the sound of the police”.

Non è una cosa importante, sia chiaro. Ma sarà il tempo grigio, il caffè di merda e il pensiero che invece di lavor… di fare cose in cambio di danaro guardo videi su uozzap e scrivo post sul blog, fatto sta che un pezzettino di me è andato a chiudersi in camera sua e non vuole più parlare con nessuno.

Sicuramente gli passerà, sicuramente la vita reale tornerà ad imporsi con le sue scadenze, sicuramente questa storia è solo un brufoletto su una pelle che sta cambiando però è dura avere sempre conferme di come la realtà sia così priva di magia e immaginazione.

Ma in fondo stiamo parlando di niente, perché per quella piazza in bianco e nero, per quelle banlieue a ferro e fuoco e per tutta questa generazione ancora oggi allo sbando il testo sarà sempre e comunque “Assassins de la Police” e vaffanculo alla realtà, agli americani e pure agli sconosciuti dei gruppi uozzap nelle fredde umide mattine nordeuropee.

Buona settimana a chi si sente a pezzi, come uno splendido mosaico contemporaneo.