Facciamo i bambini per salvare il mondo

28 Ott

I cambiamenti vanno affrontati serenamente.
(Steven Philling, serial killer) 

Oggi per la prima volta ho lasciato mio figlio all’asilo. L’ho rassicurato che ci saremmo rivisti presto, gli ho dato un bacio in fronte e l’ho affidato ai morbidi seni della giovane capoverdiana che casualmente ho sfiorato col dorso della mano, ma questo è un dettaglio trascurabile. Lui ha spalancato gli occhi, si è guardato un po’ intorno, poi li ha fissati nei miei e ha cominciato a piangere e ad urlare, mentre io sorridendo falso scendevo le scale all’indietro facendo ciao con la mano, fino ad uscire dal suo campo visivo.

Se mi avessero traforato il petto con una trivella per frullarmi il cuore forse avrei sofferto meno. Certo non starei qui a scriverlo e sarebbe stata una scena alquanto splatter. Uno si domanda pure perché mai qualcuno dovrebbe farmi una cosa del genere, ma il mondo è pieno di malati quindi non ci si può stupire di niente.

Il mondo è pieno di malati perché è un mondo malato. Anzi no, il mondo è sano, è la società ad essere malata. Cioè in realtà la società malata sta infettando anche il povero mondo, ma sono sicuro che alla fine sarà lui a vincere, come ha già fatto con quegli stronzi dei dinosauri; per la società invece non c’è niente da fare.

Le urla di mio figlio hanno risvegliato con forza il bambino che è in me, ma anche in ognuno di voi, che ha cominciato a sua volta a protestare.

Ogni mattina, mentre l’organismo sta ancora sognando scene lesbo con due gemelle capoverdiane (è un sogno ricorrente, ne ho parlato al mio analista ma quello mi ha chiesto se gli potevo passare il DVD; forse è ora di cambiarlo, il DVD dico, che ormai lo so a memoria) quando suona la sveglia riportandomi alla brutale realtà dell’occidente globalizzato neoliberista, nella quale per poter mangiare sei costretto a fare un lavoro che se anche non facessi il mondo andrebbe avanti uguale perché la base della vita sono solo l’agricoltura, la pastorizia e l’amore, come possono testimoniare le antichissime tribù amazzoniche che puntualmente sfrattiamo come fossero bacarozzi per perseverare nel nostro vuoto stile di vita fatto di plastica che poi è lo stesso che porterà alla nostra fine, come un serpente che si sta mangiando la propria coda coprendo il sangue col ketchup, ecco questi sono i primi pensieri al suono della sveglia… insomma dicevo, ogni mattina quel povero bambino che è dentro di me inizia a piangere disperato perché vorrebbe ancora dormire, scaldarsi con lo splendido corpo che si trova nel suo stesso letto e farsi la cacca addosso.

Ogni mattina, con pazienza, è mio dovere di adulto esterno al bambino fargli capire che deve stare zitto, si deve vestire carino ed essere puntuale a fare quello che non ha senso che venga fatto se non per mantenere in piedi tutto il carrozzone che poi sfratta le antichissime tribù amazzoniche. Insegnargli che è giusto così e che lui è solo un bambino e non può capire.

Oggi però quel bambino non era solo.
Era in coro con un bambino vero, che amo alla follia.
E due voci sono più difficili da non ascoltare, a parte Paola e Chiara.

Un bambino non ha bisogno di avere un bambino interno per preservare le cose più belle e semplici: un bambino E’ le cose più belle e semplici. Un bambino vuole stare con la mamma e il papà, l’asilo nido è una violenza come lo è il suono della sveglia, come lo è il distruggere paesi lontani per il nostro benessere apparente, come lo è il decidere che alcuni nostri simili non possono oltrepassare delle linee inventate anche se dietro quelle linee rischiano di fare la fine delle tribù amazzoniche.

Quei due bambini stamattina mi hanno gridato che stiamo sprecando la nostra unica vita facendo cose senza senso invece di dedicarci a noi stessi e alle persone che amiamo, e non riesco a togliermi la loro voce dalla testa. Anche se dopo 20 minuti sono andato a riprendere il bambino vero perché ancora stiamo facendo solo l’inserimento graduale all’asilo.

E’ tutta una follia, l’equilibrio l’abbiamo perso tempo fa; per parafrasare un poeta che porta lo stesso nome di mio figlio.

L’unico modo per salvarci è fare i bambini.

Far uscire i bambini che sono in noi, lasciarli sfogare, saltare nel fango, correre sotto la pioggia, arrampicarsi sugli alberi, assaggiare tutto anche se non è commestibile, ridere a squarciagola per un niente e piangere con tutta la forza se qualcosa non va, essere sempre curiosi, esplorare tutto, cercare un seno da succhiare, fare la cacca quando ci va, tentare di superare i nostri limiti e non smettere mai di provarci, non preoccuparci troppo delle conseguenze, non provare alcun senso di colpa se abbiamo agito in buona fede, agire sempre in buona fede, scegliere le persone con le quali stiamo bene e incazzarci se ce le portano via. Come vedete non ci sarebbe tempo per caricare la sveglia o per andare a fare un lavoro insensato o per tracciare confini o accumulare ricchezze. Ad un certo punto ci verrebbe fame, ma la natura non ha mai smesso di darci ciò di cui abbiamo bisogno, senza plastica o loghi o coloranti: dobbiamo solo imparare di nuovo a prenderlo. Chiedendo aiuto ai sopravvissuti delle antichissime tribù che ogni giorno schiacciamo come fossero bacarozzi, in nome di un’illusoria superiorità basata solo sulla forza.

L’unico modo per salvarci è fare i bambini.

Sono l’unica cosa pura che ancora siamo in grado di fare, facciamone tanti e lasciamo tutto in mano loro. Noi leviamoci dal cazzo una volta per tutte, per la gioia del povero mondo e delle sue antichissime tribù che però sono millenni che continuano a vivere allo stesso modo, senza aver mai subito guerre mondiali, crack finanziari o smartphone che si scaricano dopo mezz’ora.

Risvegliamo il bambino che è in noi e addormentiamoci, stavolta senza caricare la sveglia.

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2 Risposte to “Facciamo i bambini per salvare il mondo”

  1. Stefano 29/10/2015 a 17:06 #

    Con tutto il rispetto per Paola e Chiara, secondo me i Jalisse sono imbattibili!

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