ANCHE L’EGO VUOLE LA SUA PARTE

25 Set

ovvero: Apologia del Cameraman Ignoto

Cercherò di essere breve, pur essendo alto un metro e novantasei.

Il mio lavoro, che è quello di altre centinaia di persone, non viene riconosciuto.

Ne usufruite tutti, ogni giorno, senza di noi oggi non saremmo dove siamo (oddio… magari sarebbe stato meglio… ecco sto divagando già alla terza riga… di coca intendo… niente, chiudiamo sta parentesi sennò non ne usciamo più) eppure è come se non esistessimo.

Faccio il cameraman, da tre anni mi sono trasferito a Bruxelles e la maggior parte delle volte che vedete i Vostri politici da queste parti in tv, dietro la camera ci sono io o qualche mio schiavo. Avete mai visto il mio nome da qualche parte?

Non voglio affrontare il discorso sui diritti del lavoro perchè è un argomento troppo ampio che coinvolge praticamente tutti i settori e se ce penso mi viene subito er sangue amaro.

Ma pensate al povero ego di un cameraman.

Ogni giorno, più volte al giorno, sullo schermo guardate le immagini che egli ha scelto, inquadrato, bilanciato, messo a fuoco, panoramicato, zoomato; è come se in qualche modo guardaste attraverso i suoi occhi. Il montaggio poi seleziona le scene e crea una sequenza logica a seconda di quello che il giornalista sta dicendo.
Servizio di XYZ, montaggio di ZYX.

E le immagini chiccazzo le ha fatte?
Chi è che è stato dodici ore in giro con qualsiasi condizione climatica, senza tempo per mangiare o magari fisso in uno stesso posto in cui il tempo non passa mai, per poter fare trenta secondi di immagine di qualcuno che quasi sempre neanche rilascia una dichiarazione?
Perchè non riconoscere il valore di ciò che ha fatto, per due lire, senza garanzie e con la gastrite galoppante?

In caso di errori tecnici (conosciuti in gergo professionale come “cappelle”) la televisione di turno non esita a “contestare” il lavoro svolto e finalmente il nome del cameraman verrà segnato, anche se su una blèclist. Altrimenti nessuno ti considera, tranne rarissimi casi di telefonate di ringraziamento.

Il servizio è una creatura che si concepisce in due (in realtà in 3 col montatore, ma non facciamo confusione anche perchè sennò mi va a puttane la similitudine musicale che sto per fare), è fatto da una testa, o meglio da un testo, e da un occhio, o meglio un’ottica (e si, da due mani che montano ma ho detto di lasciar perdere sto passaggio, non mi distraete) e l’uno senza l’altra non ha ragione di esistere.
E’ come se Mogol avesse fatto il poeta e Battisti dei pezzi strumentali (capite che il montatore non avrei saputo dove infilarlo): i capolavori sono nati quando hanno messo insieme la loro arte.

Ora non voglio paragonare un servizio del tg a “La Collina dei Ciliegi”, ma capita anche di fare cose più elaborate, più lunghe, in cui magari hai passato 3 giorni del uichènd a lavorare invece di drogarti come al solito, per un servizio che andrà, parlo sempre in termini ipotetici, stasera su Ballarò e sul quale non ci sarà mai il tuo nome, solo perchè sennò quella gran troia di Mamma Rai potrebbe essere costretta ad assumerti, dopo un tot di servizi fatti per lei.
Come se poi tutti scalpitassero per andare a lavorare da Mamma Rai: quelli erano gli anni 60!

Se le immagini sono brutte è giusto che si sappia chi ha fatto lo scempio, in modo che i cani tornino al canile e i professionisti abbiano finalmente più spazio e magari un compenso adeguato.
Se le immagini sono meravigliose, come saranno quelle di Ballarò questa sera, perchè negare un piccolo riconoscimento a chi si è fatto il culo (e la schiena, gli occhi, le gambe, le palle…) per contribuire alla realizzazione di un prodotto che sarà visto da migliaia di persone?

Quando guardo Rai Storia, con le vecchie immagini di repertorio, sono sicuro che si sa perfettamente chi ha fatto cosa. Tra trent’anni avremo solo immagini senza nome, alcune bellissime e alcune inguardabili, e ci ricorderemo solo di un vago cameraman ignoto, a volte competente, a volte scandaloso, ma senza volto e senza nome.

— (digressione aneddottica facoltativa non attinente al concetto globale, per evitarla supera la linea tratteggiata) —

Facciamo un lavoro importante, difficile, spesso pericoloso.
Quanti cameramen sono morti o rimasti feriti nelle zone di guerra o durante le catastrofi naturali o per incidenti sul lavoro?

Spesso ci troviamo a dover prendere decisioni fondamentali in pochissimo tempo, non c’è nessuno che può dirti cosa fare.

Nel caso ad esempio di una diretta dal G8 de L’Aquila post-terremoto, quando la dolce Emma D’Aquino raccontava agli italiani l’atmosfera del corteo e tre loschi figuri si avvicinavano furtivamente alle sue spalle, il cervello del cameraman aveva già capito quale sarebbe stata la conclusione e che cosa avrebbe dovuto fare.
La decisione è stata rapida: dare il tempo al paese di vedere con i propri occhi quella che era la REALE atmosfera del corteo, il tempo che TUTTI E TRE potessero esprimersi, per poi stringere l’inquadratura e tornare alla normalità.

PROTESTA G8 AL TG1

Mio padre gioca a basket con una squadra di giornalisti della carta stampata e il giorno dopo tutti parlavano di quella diretta. Per la prima volta in vita sua ha potuto dire con orgoglio e con la voce quasi rotta dalla commozione: “dietro quella telecamera c’era MIO FIGLIO”.

Se avessi stretto subito forse la Storia avrebbe seguito un altro corso.

Ora oltrepassiamo la linea tratteggiata e torniamo all’argomento principe.

—————–

I cameraman sono il mezzo attraverso il quale si possono raccontare le notizie in televisione, le dimostrazioni, le rivolte dei lavoratori, ma nessuno li considera come tali. Abbiamo un potere che non ci immaginiamo neanche e molti di noi continuano a lavorare in nero, anche per 50 euro al giorno, che può arrivare a 10, 12 o più ore.

Qualcuno si sta muovendo, primo tra tutti il CLB (Comitato Lavoratori Broadcast) con il presidente maximo Stefano Bacci e tutti i suoi soci, consapevoli della propria condizione e dei propri diritti. E tra le battaglie che portiamo avanti non da ultimo c’è quella di poter finalmente vedere il proprio nome sui servizi che giriamo.

Tra i miei sogni c’è uno sciopero totale dei cameraman.
Proviamo ad immaginarlo:

Sigla del tg.
Sommario con immagini di repertorio.
Schermo nero.
Giornalista: “100% di adesioni allo sciopero generale dei cameraman, vediamo il servizio”.
Schermo nero.

Abbiamo in mano un enorme potere contrattuale ma tanto non facciamo altro che farci le scarpe tra noi giocando al ribasso. Vogliamo giustizia ma come tutti i lavoratori di questo periodo storico continuiamo ad accettare le briciole che ci danno.

Non abbiate paura, ma dateci almeno questo piccolo contentino, per una soddisfazione personale, mettete quei cazzo di nomi e cognomi impressi sugli schermi.

Le nostre mamme ne sarebbero felici.

PieSse:
Si lo so, non sono stato breve.

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11 Risposte to “ANCHE L’EGO VUOLE LA SUA PARTE”

  1. Gabroma 07/12/2012 a 14:23 #

    sono circa 2000 anni che il lavoro dei traduttori non viene riconosciuto. in tutta la storia dell’umanità si ricordano solo due traduttori Cicerono e San Girolamo…per cui anche noi ci uniamo alla vostra protesta: BASTA vogliamo essere visibili!!!!!! I traduttori esistono, è un fatto. se non fossimo esistiti col cazzo che il mondo si starebbe rincoglionendo appresso a 50 sfumature di grigio e tutte quelle altre porcate!!!

  2. belladigiornopercaso 26/11/2012 a 18:55 #

    Ti capisco! Anche io faccio un lavoro che la società non riconosce… E non sai quanto rosicano le donne… 😉

  3. LaSedia 09/10/2012 a 06:52 #

    Scrivi esattamente come se avessi la telecamera in spalla. Cioè, mica so se mi spiego. Fa niente. Io ho capito cosa intendo.

  4. cybernash 26/09/2012 a 08:35 #

    Manca il numero dei cameraman periti al quarto Negroni all aperó de saint giles. Per il resto sei un grande, davvero! (Mi riferisco al metro e novanta e passa, ovviamente) 🙂
    Francesco Cardarelli for president

  5. Alessandro 25/09/2012 a 22:55 #

    lenta e trionfale in testa mi partiva la marsigliese:-)

  6. viaggiaresemplice 25/09/2012 a 21:53 #

    beh i microfonisti non le passa di sicuro meglio… ma il nero, almeno in Italia, non avrà mai il coraggio nessuno di farlo…ahimèèè!

  7. Antonio Manfreda 25/09/2012 a 18:31 #

    Bravò(con l’accento visto che sei a Brucsel)….però le nostre mamme non vorrebbero mai sapere che nei uichènd ci droghiamo!!!

  8. Cole Kutz 25/09/2012 a 18:25 #

    Ceskoz, é scritto veramente bene. Ero tentato di cliccare il bottone “Share on G+”
    Poi ho pensato che in fondo ti voglio bene

  9. Sbax 25/09/2012 a 18:10 #

    Ogni categoria ha il presidente che si merita, o è vero il contrario, cioè che ogni presidente ha la categoria che si merita? Ecco,vedi, mi contagi….. Comunque: i cameramen bistrattati e misconosciuti hanno “Mio fratello è figlio unico” come inno e me come presidente….qualcosa vorrà dire……

  10. annina 25/09/2012 a 17:48 #

    scribacchino.

    conosco un montatore comunque il cui nome non viene scritto in calce al servizio. uahahaha.

    scusa comunque, hai completamente ragione.

    • ceskoz 25/09/2012 a 17:57 #

      “scribacchino” mi fa morire.

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